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di MARCELLO MOTTOLA
Il termine writer nel 2008 è entrato a far parte del vocabolario Zingarelli. Il suo significato letterale in inglese è “scrittore”, ma quando si parla di street art, il senso cambia e di parecchio. Le scritte di questi artisti però sono così arzigogolate che spesso nemmeno si leggono, in quanto i writers modellano l’alfabeto e giocano con le lettere per farne una forma d’arte. Cominciarono gli afroamericani, nel quartiere malfamato del Bronx a New York.
Erano gli anni ‘80 ed i tag (che in gergo è la scritta) che disegnavano sui muri erano la firma con cui “marcavano” il proprio territorio. Successivamente i writers raggiunsero anche le zone residenziali, centri commerciali, metropolitane e treni. Qualcosa del genere si faceva anche nell’antichità. Writers veri e propri non ne esistevano, ma ad esempio anche i Romani scrivevano sui muri, molte delle loro frasi si sono conservate: sono famosi i graffiti dei lupanari di Pompei, spesso a contenuto erotico, slogan elettorali del tempo o epigrafi nelle necropoli che recavano incisi nella pietra parole dei defunti. E dall’antichità ad oggi i tag invadono le città, costellano i muri dei palazzi del centro.
Ogni città attua provvedimenti specifici: servizi antigraffiti di pulitura e manutenzione dei muri, ronde anti-taggatori, pesanti sanzioni. Tra tutti queste possibili e discutibili soluzioni c’è un metodo ancora poco considerato: quello educativo. Infatti basterebbe istruire le generazioni al reale significato del graffitismo ed avvicinarle al concetto della street art contemporanea, che è “un forma di pittura murale - come sosteneva José Clemente Orozco, tra i padri fondatori della moderna street art -, la forma più alta, logica, pura e forte di pittura e anche la più disinteressata, perché non può essere convertita in oggetto di lucro personale né ascosta a beneficio di alcuni privilegiati.
Essa è per il popolo e per tutti”. Dunque sarebbe opportuno attuare iniziative educative come è stato fatto, nei mesi scorsi, dall’Assessorato all’Istruzione della Provincia di Milano che ha bandito il concorso Coloriamo la Partecipazione. A più di 150 ragazzi di 23 scuole superiori era stato proposto d’impegnarsi nel rendere più bella la loro scuola disegnando “murales artistici” e nello stesso tempo ripulendola dalle scritte che ne ricoprivano le pareti. Il progetto, che aveva il fine di sviluppare un profondo senso di appartenenza nei riguardi della propria scuola, ha permesso ai ragazzi di maturare un profondo senso civico verso l’edificio scolastico che, in un certo senso, è di loro proprietà al pari della loro cameretta.
Strategica la location dei graffiti: il bar della scuola, i corridoi di passaggio per tutti gli studenti, le sale di ingresso degli istituti. Determinante la scelta dei temi: pace, solidarietà, antirazzismo e rispetto dei diritti civili. I muri per i graffiti sono stati messi a disposizione dai presidi, i colori, le tempere ed i pennelli sono stati messi a disposizione dalla Provincia di Milano. Ed infine? Alla fine di tutto l’obiettivo è stato raggiunto: educati e regolamentati i writers graffitari senza il bisogno di multe o penali!
Per chi si chiedesse se non fosse in atto un controsenso è opportuno chiarire. Un concorso a premi per chi “imbratta” meglio i muri del proprio complesso scolastico è una grande opportunità proprio in un periodo in cui il “graffito urbano” è all’ordine del giorno nel dibattito politico, tra case imbrattate da tag ed inquilini esasperati per lo scempio provocato dalle bombolette spray. Concorsi come questo fanno comprendere ai ragazzi, e non solo a loro, che il graffitismo in sé non è sbagliato in quanto è una manifestazione sociale, diffusa in tutto il pianeta, basata sull'espressione della propria creatività che, se ha un approccio corretto, può avvicinarsi all’arte e alla cultura.
Grazie all’impegno dell’Assessore all’Istruzione Giansandro Barzaghi, che ha sottolineato come sia necessario “dare ai ragazzi le occasioni e gli spazi per lasciare libera la propria creatività, sfruttando un contesto adeguato e almeno in un primo momento seguendo la guida degli adulti”, e grazie all’impegno dei molti professori aderenti al progetto si è realizzata un’educazione alla cultura di una “forma d’arte d’avanguardia”, che si è espressa nel pieno rispetto dei muri di scuola, oggi, e che potrà esprimersi nel rispetto degli edifici e delle metropolitane delle città, domani.
Assessorati all’Istruzione e Comuni di Roma, Firenze, Napoli, Bologna, Palermo, Torino, Bari, Genova cosa aspettate a seguire l’abile esempio di Milano al fine di comprendere che la vera regolamentazione non si attua con l’inasprimento delle pene o con presunte leggi che rendono più severi (solo in apparenza) i controlli sui cittadini, ma istruendo i giovani alla libertà di scelta, alla capacità di valutare, di avere una cognizione esatta, di essere disponibili e aperti alla comprensione della cultura e dell’arte?
Complimenti dunque alle cinque opere premiate e in particolare a Riccardo Colosi e Marilisa Del Vecchio dell’Istituto Marconi e a Melissa Bergamaschi e Debora Zanzarelli dell’Iti Erasmo, che hanno ricevuto, in ex aequo, da una giuria d’eccezione - presieduta da Atomo Tinelli, Dario Fo e Vittorio Sgarbi - il primo premio per il “graffito scolastico” più bello. Non chiamateli dunque vandali, ma provetti artisti!
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