Arte & Dintorni / Restauratore di Beni Culturali, una specie in evoluzione
martedì 14 aprile 2009

arte__dintorni_restauratore_di_beni_culturali_una_specie_in_evoluzione.__conversazione_con_fabiano_ferrucci.jpgConversazione con Fabiano Ferrucci

di MARCELLO MOTTOLA

Oggi, quando si dice "restauratore" nel concreto potremmo trovarci di fronte a persone che fanno mestieri diversi: c'è il tecnico che interviene modificando la materia dell'opera d'arte (al pari di un chirurgo che opera per rimuovere un male); c'è poi il restauratore-conservatore, diffuso soprattutto nei grandi musei, prevalentemente all'estero, che si occupa di controllo e manutenzione (più simile al medico curante, che previene il danno intervenendo sull'ambiente di conservazione); c'è poi il restauratore-imprenditore che in molti casi non mette neanche mai mano sulle opere (paragonabile al direttore di una clinica privata).

Continuiamo l'iniziativa di periodiche conversazioni con Fabiano Ferrucci, docente di Restauro all'Università degli Studi di Urbino Carlo Bò, restauratore titolato presso l'Istituto Centrale del Restauro (I.C.R.), oltre che laureato in Lettere Moderne con indirizzo Storico Artistico all'Università degli Studi di Roma La Sapienza, chiedendogli:

Chi è oggi - nel concreto e al di là della qualifica o dei titoli  - il "restauratore"?

"E' in atto da tempo un processo di trasformazione e adeguamento della figura del restauratore al mondo in cui opera. Si possono individuare due linee parallele: la riappropriazione di ruolo (ad esempio nella progettazione e nella direzione lavori) e l'acquisizione di competenze più ampie (si pensi alla diagnostica).

C'è poi il marasma della formazione in cui ancora non è stato messo ordine. Una commissione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali di concerto con il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca sta lavorando al gravoso compito di definire un regolamento, che individui i parametri minimi per i centri di formazione (possesso di laboratori, requisiti del corpo docente, rapporto numerico docenti/allievi, eccetera), ed inoltre istituisca finalmente un elenco ufficiale di restauratori di beni culturali".

Insomma siamo di fronte a mutamenti importanti?

"Per capire cosa sta succedendo può essere interessante ripercorrere brevemente l'evoluzione di questa figura professionale, partendo da ciò che avvenne nelle seconda metà dell'Ottocento per poi arrivare agli avvenimenti degli anni ottanta del Novecento, quando cioè arrivarono cospicui finanziamenti e si generò un mercato dei grandi appalti di restauro, basato purtroppo sul profitto".

Qual era la figura del restauratore nell'Ottocento?

"Nell'Ottocento il restauratore, prima di essere restauratore, era artista. I primi restauratori italiani che segnano la nascita di una letteratura specifica nel campo del restauro sono artisti: il bergamasco Giovanni Secco Suardo ed il fiorentino Ulisse Forni, autori di due manuali di restauro editi entrambi nel 1866. Ed anche il friulano Giuseppe Uberto Valentinis, convinto "scientista positivista" e diffusore del metodo Pettenkofer, inventato dallo scienziato tedesco per rigenerare con processi chimico-fisici gli antichi dipinti ad olio alterati, era un pittore paesaggista.

I maestri d'arte delle accademie, riuniti o meno in commissioni, partecipavano alla gestione dei restauri. A Venezia, Giulio Cantalamessa, direttore delle Gallerie dell'Accademia, assume a regola il sistema della consulenza di un artista per ogni restauro di un'opera".

 

Quindi nell'Ottocento artisti-restauratori erano chiamati a giudicare il lavoro di restauratori-artisti.

"Sostanzialmente sì".

Quando cambia il modo di gestire i restauri?

"Se già questa prassi, in uso sia negli stati italiani preunitari sia all'estero, aveva generato interferenze con gli studiosi di storia dell'arte, la sovrapposizione di competenze arriva ad un punto critico nell'ultimo quarto di secolo, con la strutturazione amministrativa centralista del nuovo stato unitario.

Intorno al primo decennio del Novecento prevale la regola che il restauratore deve essere diretto esclusivamente dai funzionari storici dell'arte, principio poi adottato nel 1974 nell'organizzazione gerarchica del Ministero dei beni Culturali.

Tale prassi nella gestione dei restauri sembra che si venne a consolidare quando Corrado Ricci, direttore generale delle Antichità e Belle Arti dal 1906 al 1919, organizza la nuova struttura delle soprintendenze, concentrando il potere decisionale in mano ai funzionari statali, col preciso intento di estromettere gli artisti delle Accademie. Attraverso le riforme dei ministri Villari, Martini, Baccelli si configura l'iter del restauro di stato".

Con la nascita dell'Istituto Centrale per il Restauro però cambia questo modo di gestire gli interventi?

"La fondazione dell'Istituto Centrale per il Restauro nel 1939 ed il diffondersi negli anni cinquanta dei principi e dei metodi del restauro critico/scientifico, che rivoluzionarono totalmente il modo di affrontare i restauri, non intaccò sostanzialmente la formula lavorativa che rimase la stessa, allargando per i restauri più prestigiosi il bipolo storico-restauratore al chimico, al fisico, al biologo. Il restauratore rimase comunque una figura diretta da altre professionalità, un esecutore a cui era preclusa la direzione lavori, la progettazione e le funzioni direttive, anche perché non era in possesso di un titolo di laurea".

Quindi è questa la "riappropriazione di ruolo" a cui accennava all'inizio della conversazione. Ma ci parli degli anni in cui nasce il mercato dei grandi appalti.

"Una nuova sensibilità verso i problemi del degrado dell'ambiente e dei monumenti si era già fatta strada alla fine degli anni sessanta, quando divennero critiche le problematiche del territorio e si sviluppò la convinzione -in alcuni intellettuali più illuminati- che andavano recuperati i legami delle presenze artistiche con il loro proprio contesto. Fu solo però a metà degli anni settanta, che -sotto la spinta di un nuovo interesse verso i problemi del patrimonio culturale- furono convogliate risorse economiche, fino ad allora insperate, verso il settore del restauro, che iniziò a modificarsi radicalmente.

La maggiore disponibilità di finanziamenti promosse il restauro di interi complessi architettonici e contesti archeologici con fondi straordinari, come gli stanziamenti post-sismici in Belice, in Friuli ed in Irpinia. I primi grandi investimenti arrivarono all'inizio degli anni ottanta e furono i fondi F.I.O. (Fondi Investimento e Occupazione); in un secondo tempo arrivarono i fondi del gioco del Lotto. Le mostre d'arte iniziarono ad attirare strati crescenti dell'opinione pubblica e di conseguenza anche i politici iniziarono a guardare con un rinnovato interesse i Beni Culturali.

E' in quegli anni che i fondi per i restauri iniziarono ad essere considerati non meri costi erariali, ma investimenti utili all'economia del paese. Si iniziò a parlare di opere d'arte come "giacimenti culturali", come "petrolio dell'Italia". Al valore storico e civile delle presenze artistiche iniziò ad affiancarsi, talvolta purtroppo a  prevalere, l'idea di bene culturale quale risorsa economica.

Il restauro iniziò ad estendersi non più soltanto a quadri e statue, bensì a vaste superfici monumentali, con tutte le decorazioni scultoree e pittoriche pertinenti, e ad interi contesti archeologici. Furono aperti innumerevoli cantieri di restauro su fontane monumentali, su facciate di palazzi storici e di chiese, sulle grandi statue in bronzo e marmo, collocate nelle principali piazze italiane, sui templi, su mura, sulle rovine archeologiche e sui pavimenti di mosaico".

Si tratta di interventi meno "delicati" rispetto al restauro dei quadri?

"No. Si tratta di superfici e situazioni conservative che -per quanto ampie- ogni restauratore sa che vanno comunque trattate secondo criteri, metodologie e spesso anche tecniche corrispondenti a quelle adottate per i restauri di piccoli oggetti".

Il modo imprenditoriale come considerò questo settore sostanzialmente "nuovo"?

"La disponibilità di risorse per il restauro coincise con la crisi generale che il settore edile di nuove costruzioni accusò dopo il boom degli anni Sessanta. Grazie a leggi compiacenti si assistette ad un vero e proprio travaso di imprese edili nel settore del restauro".

Esistevano sistemi di filtro per le imprese non specializzate?

"Paradossalmente per accedere agli appalti pubblici dei restauri di opere d'arte era necessario essere iscritti all'Albo Nazionale Costruttori (A.N.C.), barriera che tagliava fuori la maggior parte dei restauratori professionisti.  Le imprese edili, iscritte alla categoria 3A dell'A.N.C., potevano avere in affidamento appalti su qualunque bene vincolato e di qualunque natura fosse l'intervento. Nessuna differenza dunque tra delicati interventi di pulitura su affreschi o sculture ed interventi strutturali di rifacimento di tetti o consolidamento di fondazioni.

Questa fu la situazione a partire da metà anni ottanta. Il restauro delle superfici dipinte e scolpite di quadri, statue, oggetti archeologici fu assorbito nella stessa logica di mercato propria dell'attività edilizia ed impiantistica.

Il restauro fu considerato una prestazione d'opera e non un servizio. La prestazione intellettuale, pure riconosciuta a chi organizzava mostre o scriveva cataloghi, non fu mai riconosciuta al restauratore. Anche per opere importantissime, in cui l'interpretazione critica è basilare all'intervento, il restauro fu -ed è ancora ad oggi- valutato sempre come mero prodotto di ore lavorative, materiali e attrezzature".

Quali "maestranze" erano abilitate a mettere le mani sulle opere?

"La figura del restauratore di beni culturali non fu definita rispetto alle competenze professionali e questo permetteva alle imprese edili di utilizzare gli stessi operai edili come restauratori. Accadeva di frequente, in perfetta legalità, che -terminata la costruzione dei ponteggi- gli stessi operai, abbandonata la chiave inglese, imbracciavano l'idropulitrice ed iniziavano l'intervento di restauro sulle superfici".

Come si regolarono i restauratori di fronte a questa "invasione di campo"?

"Molte imprese artigiane sparirono. Numerosi restauratori seri ripiegarono su committenze private ed antiquarie e su affidamenti ministeriali di importi contenuti, ottenuti grazie alla fiducia di qualche studioso più accorto. Parallelamente al  mercato dei grandi appalti sui monumenti continuavano in una certa misura gli affidamenti fiduciari di restauri di quadri, statue, oggetti archeologici, anche molto importanti sotto il profilo storico-artistico, ma di poco impegno economico. Per importi contenuti non era infatti obbligatoria l'iscrizione all'Albo Nazionale Costruttori.

Anche l'organizzazione del lavoro delle imprese di restauro iniziò a modificarsi velocemente. La struttura di impresa artigiana -in alcune realtà ancora a livello familiare- risultò non appropriata alla nuova realtà imprenditoriale del settore. Alcuni restauratori si unirono in gruppi (cooperative, consorzi, associazioni temporanee d'impresa) per cercare di essere più competitivi e contrastare le imprese edili. Altri ancora si trasformarono in procacciatori di sponsor, perché per i finanziamenti tramite sponsorizzazioni non era (e non è tuttora) necessario ricorrere a gara d'appalto. Molti purtroppo finirono nella caienna dei subappalti".

Come si trasformò il lavoro del restauratore nei cantieri?

"Il restauro fu assorbito dalla logica d'impresa: per economizzare le ditte iniziarono a comprimere i tempi lavorativi; l'analisi, lo studio della storia, la documentazione, le prove per la messa a punto di metodi, le osservazioni preliminari, i ragionamenti, anche la semplice curiosità di conoscenza del restauratore non ebbero più spazio in una logica di mero mercato, in cui il restauro diventava lavoro di perfetta routine. I principi, le regole ed i vizi del mondo dell'edilizia trasbordarono nel settore del restauro. La logica di mercato del prezzo più basso come prezzo vincente si applicò brutalmente al restauro delle opere d'arte".

I principi teorici del restauro, per intenderci Brandi, e l'azione dell'I.C.R. non furono però intaccati da queste trasformazioni del mercato?

"E invece sì! E' qui che inizia ad essere minato un punto di forza basilare del metodo formativo messo a punto all'I.C.R.. Una migliore formazione diventa -per la selezione che opera il mercato- un handicap, perché crea un restauratore con un atteggiamento analitico e critico, non disposto ad accettare compromessi per accorciare i tempi lavorativi e quindi meno competitivo".

Ma come è possibile che storici ed archeologi non hanno avvertito il pericolo di cui lei parta?

"Tranne qualche voce isolata e purtroppo tardiva (come quella di Pietro Petraroia o di Giovanni Guzzo) non c'è stata alcuna traccia di indignazione tra soprintendenti, funzionari, docenti universitari, intellettuali; pochissimo spazio è stato dato dai media a ciò che stava succedendo".

E i restauratori?

"I restauratori, privi di albo e flebilmente riuniti in più associazioni con posizioni molto discordanti, denunciarono già a partire dalla fine degli anni ottanta la situazione, senza raccogliere purtroppo nessuna solidarietà. Le proteste furono recepite come rivendicazioni di categoria di nessun interesse ai fini della salvaguardia del patrimonio.

Elemento di debolezza della categoria è stata sempre l'eterogeneità della formazione. In effetti gli elementi divergenti tra i restauratori hanno sempre prevalso su quelli aggreganti. Anche parlare di un'unica categoria è improprio, in quanto difficile individuare un comune denominatore: era restauratore chi aveva semplicemente eseguito operazioni meccaniche in qualche cantiere su monumenti, chi aveva  seguito gli iter formativi più disparati e chi aveva gestito come imprenditore una ditta che aveva operato su monumenti, senza mai personalmente aver toccato un'opera d'arte. Insomma negli anni ottanta e novanta era restauratore chiunque si fosse voluto definire tale.

Questa fase di deregolamentazione ha prodotto conseguenze nefaste, di cui oggi pagano le conseguenze gli operatori seri e le opere d'arte stesse. La tristissima realtà è che oggi il settore è inquinato da finti restauratori.

Capisce perché è così importante che si faccia ciò che non è mai stato fatto, ovvero che si istituisca un elenco ufficiale dei restauratori di beni culturali, redatto con criteri seri e trasparenti. E' a questo difficilissimo compito che sta oggi lavorando la commissione interministeriale! Speriamo vi riesca senza doversi piegare ai piccoli e grandi poteri della politica, dei burocrati ministeriali, del mondo delle università, dei sindacati, delle associazioni di categoria e dell'imprenditoria edile, altrimenti l'elenco dei restauratori diverrà l'ennesimo pasticcio".

 




Commenti (2)
30-06-2009 18:52
domanda ?????
come vengono considerati dalle sovraintendenze i restauratori che non rispondono ai requisiti leggislativi dell'ultimo decreto 30 marzo 2009 dunque neanche volendo possono sostenere l'esame, ma da anni operano nel settore privato con risultati soddisfacenti. grazie
Scritto da ivana
21-06-2009 10:10
albo restauratori
un portale dove riunire tutti i restauratori d'Italia , solo unendoci potremo far sentire la nostra voce. Allo stato attuale pur essendo uscito il decreto legge n° 53, dobbiamo essere più uniti che mai e far rispettare la nostra professionalità e in particolare quei diritti che sono sempre violati . 
www.alborestauratori.eu
Scritto da stefano

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