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Arte & Dintorni/L’Istituto Centrale per il Restauro è un “senzatetto”. Intervista a Fabiano Ferrucci
mercoledì 17 febbraio 2010
di MARCELLO MOTTOLA
L'Istituto Centrale per il Restauro, con
tutto il suo staff di tecnici,
macchinari, attrezzature scientifiche ed archivi sta per essere messo in strada
dall'insipienza dei nostri amministratori. E' da non credere ma alla fine del prossimo
mese di febbraio 2010, con sfratto esecutivo, l'Istituto Centraleper il Restauro(I.C.R.) sarà costretto a lasciare la sua sede romana di San
Pietro in Vincoli, senza avere una destinazione alternativa accettabile.
A Fabiano
Ferrucci, docente di restauro presso l'Università degli Studi di Urbino e
noto restauratore proveniente dall'I.C.R, abbiamo posto alcune domande.
Come è possibile
una tale indifferenza della classe politica per un settore ritenuto tra i pochi
di cui ancora l'Italia può vantarsi?
L'annosa questione di una nuova sede per
l'ICR (recentemente ridenominato ISCR Istituto Superiore per la Conservazione
ed il Restauro) dà la misura di quale considerazione politici e burocrati hanno
del nostro patrimonio culturale e della sua conservazione: un bel fiore da
mettere all'occhiello quando serve farsi belli all'estero o per attrarre
turisti nel Bel Paese, ma quando c'è da rimboccarsi le maniche per trovare
risorse, come nel caso in questione, i beni culturali ed il restauro delle
opere d'arte diventano solo un problema, di fronte al quale voltare la faccia ed
intorno al quale lasciare discutere nei convegni scienziati e storici.
Ma esattamente cosa
sta succedendo?
L'Istituto Centrale per il Restauro
sta per essere sfrattato da palazzo Cesarini Borgia e dal convento seicentesco
annesso alla chiesa di San Francesco di Paola, sede che occupa dalla sua
fondazione nel 1939. Il Ministero dei Beni Culturali non ha raggiunto un
accordo con l'Ordine dei Frati Minimi, proprietario dell'immobile, che ha
deciso di non rinnovare il contratto di locazione. Le proposte di mediazione e
le soluzioni logistiche alternative non si sono concretizzate, quindi il 12 gennaio
2010 l'attuale Direttore, da poco nominato ed erede di una situazione irrisolta
da decenni, ha comunicato l'imminente sfratto esecutivo con l'uso della forza
pubblica. Così una vicenda di normale amministrazione si è trasformata, con un
copione tutto all'italiana, in un'emergenza nazionale.
Che conseguenze ci saranno?
La
riapertura della Scuola del Restauro (i cui corsi sono sospesi dal 2006)
potrebbe essere ulteriormente rimandata, le apparecchiature scientifiche
rimarranno inutilizzate ed il personale, costituito in buona parte da
restauratori e tecnici estremamente specializzati, rimarrà inoccupato,
continuando comunque a percepire stipendi e gravare sulle tasche dei contribuenti;
i restauri in corso sulle opere e sui beni raccolti fino ad oggi dall'Istituto subiranno rallentamenti. Ed il tutto
accadrà in un momento drammatico, quale è quello della gestione post-sismica
dell'Aquila, in cui sarebbe strategico ed insostituibile avere un ente come l'l.C.R.
operativo al 100%.
Si rischia quindi un'ulteriore
frammentazione fisica dell'ente, con la conseguente paralisi delle attività e
la dismissione di questa istituzione, che sembrerebbe essere a questo punto
l'obiettivo finale di chi non hai mai sopportato, fuori e dentro il Ministero,
la presenza di una struttura dotata di autorevolezza ed autonomia.
Infine
tutto ciò si rifletterà negativamente sul prestigio italiano nel campo del
restauro, oltre che più in generale sul sistema della tutela del Patrimonio
Culturale e sull'immagine dell'Italia all'estero.
Ma come mai in tanti anni non si è
trovata una sede unica e definitiva ad uno dei pochi enti che ancora gode di
una certa fama internazionale?
In
Germania, in Francia, in Spagna o in un altro paese con una classe politica e
amministrativa più accorta, probabilmente lo avrebbero fatto in meno di 7 anni.
Da noi non ne sono bastati 70.
Vale
la pena ricordare che il rischio dello "sfratto" si era già proposto nel 1967 e
fu evitato grazie all'azione di Pasquale
Rotondi, allora direttore e personaggio noto principalmente perché salvò
innumerevoli capolavori italiani durante il conflitto bellico, nascondendoli
nella rocca di Sassocorvaro. Sentite cosa scriveva La Stampa del
29 Novembre 1967: "Il professor Rotondi,
giustamente preoccupato delle sorti del suo Istituto, si rivolge a La Stampa
perché l'opinione pubblica sia edotta di un problema di cultura che ancora una
volta coinvolge la dignità nazionale. Fra venti mesi i frati del convento di S.
Francesco di Paola rientreranno in possesso dei loro locali e l'istituto
Centrale del restauro rimarrà un senzatetto. Si cerca a Roma una nuova sede e,
incredibile a dirsi, non la si trova".
Come finì la vicenda che oggi si
ripropone negli stessi termini, come se più di 40 anni non fossero bastati ad
affrontarla in modo definitivo?
Nel 1969,
dopo anni di istanze ai referenti politici, Rotondi
finalmente ottiene l'acquisto del complesso del S. Michele a Ripa. Ma solo una
limitata porzione dell'edificio fu concessa all'I.C.R., mentre il CentroInternazionale di
Studi per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali (ICCROM)
sarà collocato in un'ala opposta del fabbricato, separando due organi che Rotondi voleva contigui. L'I.C.R. ha
continuato quindi fino ad oggi ad essere dislocato su due sedi, ubicate in
quartieri differenti della capitale. Ed oggi una delle due sedi sta nuovamente
per essergli sottratta!
Che si può fare?
Tra
le iniziative intraprese è stata proposta una lettera aperta al Presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano.La Lettera
Aperta, alla quale invito ad aderire, è stata registrata sul sito
internazionale GoPetition, al seguenteindirizzo:http://www.gopetition.com/online/33441.html
La situazione sembra davvero
drammatica.
In questo 2010 il settore del
restauro sta vivendo una fase critica: il caos regna sulla formazione; i corsi
dell'I.C.R. e dell'Opificio delle pietre dure sono bloccati; il decreto che
dovrebbe mettere ordine sulla qualificazione dei restauratori ed istituire finalmente
un elenco ufficiale rischia il naufragio; il Ministero per i Beni Culturali non
assume più restauratori da dieci anni ed ormai l'età media dei dipendenti
ministeriali supera i 50 anni. Nel frattempo il mondo dell'imprenditoria edile
ha fagocitato gli appalti specialistici di restauro ed ora anche l'I.C.R.
rischia la chiusura. E pensare che recentemente l'Onu aveva descritto i nostri
restauratori come "I Caschi blu della cultura"!
Commenti (1)
22-02-2010 11:00
Vergogna e indignazione
E' veramente indignante e vergognoso, venire a sapare che una delle istituzioni italiane piu' accreditata e prestigiosa, debba finire in tal modo, per colpa dell'ormai noto e reiterativo "lassismo" del nostro governo. Siamo arrivati alla frutta!!!
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