Al di là delle intenzioni del costituente le regioni si sono rivelate, per colpa delle troppe competenze decentrate, veri e propri centri di potere in contrapposizione al governo e al parlamento nazionali, carrozzoni della partitocrazia, centri di assistenza clientelari, grandi catafalchi dell'inefficienza e dello sperpero a causa di una spesa sanitaria capace di impegnare ingenti risorse finanziarie in servizi da quarto mondo. Insomma, un fallimento. O quasi.
Talchè la proposta contenuta nel mio libro "L'assalto alla diligenza", DenaroLibri, luglio 2005, di inverare l'artico XXX della Costituzione attraverso la sostituzione delle venti regioni con tre macroregioni, Nord, Centro e Sud, sulla base delle affinità storiche, etniche, economiche e culturali.
La proposta. Veniamo al Sud: tutti i Governi, che dal dopoguerra si sono succeduti con una frequenza di circa uno all'anno, hanno posto al primo punto dei loro programmi il "Mezzogiorno". Questa parte del Paese, precipitata in una depressione economica dopo il 1860, che ha visto addirittura la nascita dei "meridionalisti" ( una categoria tutta italiana di studiosi specializzati nello studio del fenomeno da Giustino Fortunato a Nitti, da Croce a Saraceno e a Compagna) e che ha visto la istituzione di una "Cassa per il Mezzogiorno", destinata alla creazione delle condizioni per il suo " sviluppo ", e che, nonostante le enormi risorse finanziarie impiegate per costruire le famose "cattedrali nel deserto", continua a essere il "problema" del Paese.
Problema sul quale si esercitano sociologi, economisti, politologi, scrittori e cineasti. Invano. E da quando, sull'onda del libro di Gianfranco Viesti dal titolo provocatorio "Aboliamo il Mezzogiorno", si è cominciato a parlare di una Banca di sviluppo per il Sud con il sostegno patrimoniale delle Regioni, del rilancio del credito d'imposta, della riduzione della pressione fiscale, di incentivi all'agricoltura e al turismo, di valorizzazione dei giacimenti archeologici, di una nuova politica culturale e di tante altre cose ( che erano state già dette e ridette per decenni) i Governatori delle sette regioni meridionali hanno risposto con i summit annuali, promossi da Antonio Bassolino, (l'ultimo ha avuto luogo il 12 luglio 2006 a Roma alla presenza del Presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo e dei soliti ministri meridionali per nascita), che, nonostante i migliori proponimenti, non hanno dato alcun serio contribuito alla rinascita del "Mezzogiorno".
A nessuno di loro è ancora venuto in mente che potrebbe tornare di grande utilità la istituzione di una "macroregione " di circa 18milioni di abitanti, pari a un terzo della popolazione italiana ( e pari città come Mumbay, Tokyo, Calcutta, San Paolo...). Con un solo presidente, un solo Consiglio regionale e una sola Giunta in grado di "dialogare" efficacemente col governo nazionale e con quelli europei.
E, in particolare per il Sud, con i paesi del Mediterraneo con i quali dovremmo avere un rapporto più diretto che non con l'Europa. Per tradizione e per posizione geografica. Come sosteneva Gaetano Salvemini E con un risparmio di qualche miliardo di euro al mese, tra l'altro.
La Campania ( 5milioni e700mila abitanti, la metà di Parigi), il Molise (321mila, poco meno di Bologna) , l'Abruzzo (1milione 200mila, quanti ne ha Milano), la Basilicata (600mila, gli stessi abitanti di Genova ), la Puglia (4milioni, meno di Berlino), la Calabria (2milioni, meno di Roma) e la Sicilia (meno di 5milioni di abitanti, poco più della metà della Lombardia), che, guarda caso, costituivano il Regno delle Due Sicilie, tra i più importanti d'Europa, e che vantano oggi quanto di meglio esiste in materia di beni culturali (i Palazzi Reali di Caserta, di Napoli e di Palermo e l'Ottagono federiciano di Castel del Monte) e ancora i tesori archeologici di Pompei, Ercolano, Paestum, Agrigento e ancora le Università d'eccellenza, i Centri di ricerca, l'Istituto marottiano di studi filosofici e quello crociano di studi storici nonché quanto di meglio esiste in Italia in materia di bellezze naturali (Capri, Ischia, Procida, le Eolie, Pantelleria, Sorrento, Positano, Amalfi, Taormina, la Sila, l'Aspromonte, la Maiella).
E che vantano gli unici vulcani d'Europa, il Vesuvio e l'Etna. Si tratta di regioni che, operando separatamente quando non addirittura in concorrenza tra loro, non riescono, da quando sono nate, a trasformare queste "ricchezze" in occasioni di crescita, di sviluppo e di progresso. Nonostante le straordinarie intelligenze in campo culturale, scientifico, professionale e imprenditoriale. Ed è un vero peccato.
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