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Il “Costume interiore” di Enzo Cucchi al MACRO PDF Stampa E-mail
martedě 26 gennaio 2010

costume-interiore-31.jpgdi GIOVANNI LAURICELLA

Che cosa sia diventato Enzo Cucchi - quale ci appare oggi mentre presenta quest'opera - è difficile a dirsi per chi non è al corrente della sua recente maturazione artistica. Si direbbe che abbia concluso la fase di quando appendeva a un chiodo opere sulla parete per creare lui stesso le pareti di uno spettacolo tese a coinvolgere lo spettatore in una serie di riflessioni e per intrigarlo in una sua invenzione: "Costume interiore", per l'appunto. 

Un lavoro già proposto a Napoli come un percorso in senso orizzontale, fasi disposte in successione che non ho avuto la fortuna di vedere. Questa volta è proposto in una scala a chiocciola che ti permette di visitare l'interno di un grosso cilindro alto quanto tutta la hall del museo MACRO, con molta intelligenza, sperimenta la "visione" verticale in senso ascendente o discendente. Due tipi di percorsi altamente simbolici, un tipo di proposta che probabilmente sarà seguita in futuro da molti altri artisti nei suoi più disparati e diversi significati.

Cucchi con questa opera sembra voler dare uno stacco definitivo dal suo passato pittorico della transavanguardia molto di più della porta su via San Francesco di Sales fatta per la fondazione Volume! ,"Le donne sono entrate nell'arte:andiamo dall'altra parte" e anche di questo stesso lavoro presentato a Napoli, dimostrando di essere un personaggio dalle capacità in continua evoluzione.

Eppure "Costume interiore" è realizzata in maniera tale che sembra voler fornire uno spunto di riflessione sul genere espositivo delle installazioni.

Per fare un' installazione ci vuole poco; specie in passato si vedeva spesso l'uso di aste di legno e tele o carte più o meno dipinte che, attraversando lo spazio in varie direzioni, meritavano l'appello di installazioni.

Ereditari di tale consuetudine, rafforzata dalla recente corrente ecologista del riciclo e del riuso, ci resta arduo pensare alla qualità degli oggetti esposti. Una maniera discutibile di fare arte, perché bastava una leggera spinta o alle volte un colpo di vento e tutto andava giù, una deperibilità non affrontata come problema perché venivamo dal pieno boom dell' arte povera.

Invece una constatazione va fatta. La qualità dei materiali dà senso all'opera d'arte: Kapoor è un esempio e non solo per la metropolitana di Napoli. Adesso non voglio entrare nel merito di ciò che è forte e resistente o no, ma mi pare il caso di affrontare tale argomento nel momento in cui dentro l'installazione ci si sta e la si usa anche se si tratta solo di salirci sopra. Quello che si notava palesemente era il fatto che il manufatto non è di pregio, e che da esso traspare una sorta di irrisione alla forma che ne banalizza l'aspetto.

Forse a Cucchi interessava più dare l'idea generale, senza dilungarsi in dettagli a lui estranei. Colpiscono, però, gli informi palloncini bianchi con teschi e altri simboli antropomorfi dipinti in nero appesi come dei "caciocavallo". Sono forse l'eloquente dichiarazione: che l'artista non crede ad una rappresentazione di pregio e di virtuose qualità tecniche.

Eppure questa volta l'artista Enzo Cucchi crea un'opera che è più di una semplice installazione; egli la complica perché è complesso il tema in questione sino a renderla una struttura che implica concetti architettonici.

Già in passato ho affrontato questo argomento quando ho descritto l'installazione dell' architetto Purini quando presentò "la casa rossa" alla fondazione Volume!. In quell'occasione analizzavo il caso - nello specifico era l'inverso - di un architetto che proponeva un installazione con caratteristiche architettoniche, e di conseguenza declinavo il verso artistico; l'implicazione in questione era per un grande architetto una mini architettura quanto una scultura.

Definii quell'installazione architettura maccheronica, proprio perché faceva il verso alla grande architettura ma era in effetti una realizzazione che permetteva a stento l'ingresso del visitatore tra le strette pareti che formavano l'opera. Termine che non intende disprezzare ma che cerca di specificare il genere di opera, come ho scritto precedentemente.

Nel caso di "Costume interiore" abbiamo una situazione inversa: un artista realizza una grande istallazione tale da evocare un' architettura. Abbiamo quindi realizzazioni sempre più presenti nelle esposizioni artistiche a metà tra l'installazione e l'architettura ma che sono improprie in tutti e due i casi.

Un fenomeno che va considerato importante ma che non è sufficientemente valutato dagli operatori che coinvolge e dalla critica in genere.

"Costume interiore - Enzo Cucchi"

fino al 5 aprile

MACRO - via Reggio Emilia, Roma




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