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di ALESSANDRA AGAPITI
Nel 1978 il rapimento di Aldo Moro ha rappresentato il culmine del fenomeno terrorismo che di lì a pochi anni si sarebbe dissolto, lasciando dietro di sé ancora morti, ancora sangue innocente.
Quasi tutti i film italiani dedicati al terrorismo si sono concentrati
su quei drammatici giorni (tanto per citarne uno “Buongiorno, notte” di
Marco Bellocchio), nonostante il terrorismo italiano sia stato un
fenomeno molto più vasto, unico in Europa, che ha coinvolto larga parte
della generazione cresciuta a cavallo degli anni ’70.
Il regista Renato De Maria, ispirandosi liberamente al libro “Miccia
Corta” di Sergio Segio, racconta la storia di Sergio (Segio) e Susanna
(Ronconi), ex terroristi del gruppo armato Prima Linea, focalizzando la
propria attenzione sul dissidio emozionale e la totale separazione
dalla realtà che i due personaggi vivono in quegli anni, anziché
analizzare in modo storico e politico la lotta armata in Italia. Il film inizia con Sergio in galera che ricorda gli anni della
militanza, ripercorrendo a ritroso le tappe che hanno segnato la sua
vita: gli inizi della clandestinità, il passaggio alle armi, l’omicidio
del giudice Alessandrini e l’incontro con Susanna. Proprio per lei nel
1982 metterà insieme un gruppo per attaccare il carcere di Rovigo dove
è detenuta, mettendo a segno una delle più audaci evasioni mai
effettuate negli anni di piombo.
Nel nostro Paese fare film sul
terrorismo è come giocare alla roulette russa, ci si muove su un
terreno scivoloso e molte volte si rischia di precipitare. “La prima
linea”, scritto da Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Renato De Maria e
prodotto da Andrea Occhipinti e dai fratelli Dardenne, indaga
sull'universo di coloro che “hanno scambiato il tramonto per l’alba”,
come recita una scena del film, senza scadere in una eccessiva
“umanizzazione” dei terroristi, né tuttavia prendendo troppo le
distanze. De Maria si concentra su alcuni dettagli che servono a
ricostruire lo sfondo dell'azione (la vita clandestina che costringe
alla reclusione in appartamento alternata alla routine degli impiegati
e dei buoni vicini di casa) per tracciare i binari da cui poi far
deragliare il treno del racconto di Segio.
Il senso del film è proprio quello di mettere in luce la dimensione
sospesa e separata con cui gli ex terroristi vissero il loro delirio di
onnipotenza, il loro rinchiudersi in una dimensione sempre più
claustrofobica non solo ideologica ma anche reale. Nel film questo è
reso stilisticamente filmando i protagonisti sempre al chiuso, e
cancellando dallo spazio qualsiasi traccia in cui potesse trovarsi il
riflesso di tutto ciò che faceva parte del mondo esterno. Segregati
nelle loro prigioni, Sergio e Susanna trovano però una controparte nel
personaggio di Piero, amico di Sergio ex militante di Lotta Continua
mai passato alle armi, che anzi tenta di convincerlo dell’assurdità
delle sue scelte e sul quale il regista punta per catalizzare le
pulsioni identificative del pubblico. Un film che riesce bene nel suo
intento e che vale sicuramente la pena di vedere.
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