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"La prima linea", racconto claustrofobico di una scelta PDF Stampa E-mail
venerdì 13 novembre 2009

la-locandina-de-la-prima-linea-presentata-al-toronto-film-festival-130420.jpg di ALESSANDRA AGAPITI

Nel 1978 il rapimento di Aldo Moro ha rappresentato il culmine del fenomeno terrorismo che di lì a pochi anni si sarebbe dissolto, lasciando dietro di sé ancora morti, ancora sangue innocente. Quasi tutti i film italiani dedicati al terrorismo si sono concentrati su quei drammatici giorni (tanto per citarne uno “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio), nonostante il terrorismo italiano sia stato un fenomeno molto più vasto, unico in Europa, che ha coinvolto larga parte della generazione cresciuta a cavallo degli anni ’70.

Il regista Renato De Maria, ispirandosi liberamente al libro “Miccia Corta” di Sergio Segio, racconta la storia di Sergio (Segio) e Susanna (Ronconi), ex terroristi del gruppo armato Prima Linea, focalizzando la propria attenzione sul dissidio emozionale e la totale separazione dalla realtà che i due personaggi vivono in quegli anni, anziché analizzare in modo storico e politico la lotta armata in Italia. Il film inizia con Sergio in galera che ricorda gli anni della militanza, ripercorrendo a ritroso le tappe che hanno segnato la sua vita: gli inizi della clandestinità, il passaggio alle armi, l’omicidio del giudice Alessandrini e l’incontro con Susanna. Proprio per lei nel 1982 metterà insieme un gruppo per attaccare il carcere di Rovigo dove è detenuta, mettendo a segno una delle più audaci evasioni mai effettuate negli anni di piombo.

Nel nostro Paese fare film sul terrorismo è come giocare alla roulette russa, ci si muove su un terreno scivoloso e molte volte si rischia di precipitare. “La prima linea”, scritto da Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Renato De Maria e prodotto da Andrea Occhipinti e dai fratelli Dardenne, indaga sull'universo di coloro che “hanno scambiato il tramonto per l’alba”, come recita una scena del film, senza scadere in una eccessiva “umanizzazione” dei terroristi, né tuttavia prendendo troppo le distanze. De Maria si concentra su alcuni dettagli che servono a ricostruire lo sfondo dell'azione (la vita clandestina che costringe alla reclusione in appartamento alternata alla routine degli impiegati e dei buoni vicini di casa) per tracciare i binari da cui poi far deragliare il treno del racconto di Segio.

Il senso del film è proprio quello di mettere in luce la dimensione sospesa e separata con cui gli ex terroristi vissero il loro delirio di onnipotenza, il loro rinchiudersi in una dimensione sempre più claustrofobica non solo ideologica ma anche reale. Nel film questo è reso stilisticamente filmando i protagonisti sempre al chiuso, e cancellando dallo spazio qualsiasi traccia in cui potesse trovarsi il riflesso di tutto ciò che faceva parte del mondo esterno. Segregati nelle loro prigioni, Sergio e Susanna trovano però una controparte nel personaggio di Piero, amico di Sergio ex militante di Lotta Continua mai passato alle armi, che anzi tenta di convincerlo dell’assurdità delle sue scelte e sul quale il regista punta per catalizzare le pulsioni identificative del pubblico. Un film che riesce bene nel suo intento e che vale sicuramente la pena di vedere.




Commenti (2)
14-11-2009 17:38
Senza speranza
Siamo senza speranza, caro Giuliano. Condivido pienamente lo spirito della tua domanda. Il fatto è che della storia e della vita delle persone per bene non glie ne frega nulla a nessuno. Fa spettacolo ed eccita la curiosità il "bel tenebroso", l'eroe negativo che si macera nella sua dannazione. Non ho visto il film. Non andrò a vederlo. Per me queste persone stanno bene nella loro giusta "dimensione claustrofobica": nella cella di un carcere! Le vittime innocenti di costoro hanno pudore del loro dolore mai sopito.
Scritto da Maurizio Navarra
14-11-2009 06:25
A quando un film
A quando un film dal punto di vista delle vittime dei terroristi?
Scritto da Giuliano

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