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Arte & Dintorni: il ruolo del restauratore nell'organizzazione delle grandi mostre
martedì 01 settembre 2009
Conversazione con Fabiano Ferrucci
di MARCELLO MOTTOLA
Si è conclusa presso il Palazzo Ducale di Urbino la mostra "Raffaello e Urbino. La formazione giovanile e i rapporti con la città natale" (4 aprile 2009 - 12 luglio 2009). Questa mostra, che ha inteso recuperare e valorizzare la stretta connessione tra Raffaello e la sua città natale, ha esaminando il contesto urbinate, dalla fine degli anni Settanta a tutti gli anni Ottanta del Quattrocento, ricostruendo l'ambito artistico-culturale in cui si formò il giovane Raffaello.
A Fabiano Ferrucci, docente di Restauro presso l'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo'", nonché restauratore del Palazzo Ducale per il quale si è occupato della conservazione delle preziose opere esposte ed inoltre di molte opere prestate da importanti musei stranieri, come il Louvre o la National Gallery, abbiamo posto alcune domande.
Negli ultimi anni è diventata consuetudine mandare opere d'arte in mostra in giro per il mondo, fornite in rilevante numero dal nostro paese. Spostamenti così frequenti non mettono a repentaglio la sicurezza del patrimonio culturale?
Oggi la tecnologia nel settore dei controlli espositivi è decisamente avanzata. Rispetto a dieci o venti anni fa esistono sistemi di imballaggio e di controllo microclimatico molto sofisticati. C'è anche maggiore esperienza degli operatori ed esistono ditte specializzate nei trasporti di opere d'arte. Le procedure per i prestiti sono codificate e sancite da accordi internazionali. Prima di prestare un'opera viene valutata l'idoneità della sede che la ospiterà attraverso una scheda (facilities report), che contiene dati fondamentali (quali microclima, illuminazione e sicurezza). Detto questo, non ritengo comunque infondato il problema dei rischi connessi allo spostamento delle opere d'arte.
Cosa si potrebbe fare per limitarli?
Non lasciare mai spazio all'utilizzo dei prestiti di opere d'arte per fini meramente politici. Quando è il potente di turno a volere il prestito, vengono ignorate le valutazioni tecniche e si spostano opere anche quando le condizioni lo sconsiglierebbero. Ritengo che il Ministero per i Beni Culturali dovrebbe individuare quelle opere che potrebbero subire danni nel corso delle movimentazioni (a causa della fragilità intrinseca dei materiali ed in relazione ai possibili stress microclimatici) ed escluderle preventivamente dal prestito. Molte opere vanno considerate alla stregua di vecchietti abituati a vivere tra gli affetti dei loro cari nel loro paesino natio. Strapparli dai propri luoghi e mandarli dalla parte opposta del globo è uno stress che l'età non gli permette di tollerare. Vi sono inoltre alcuni musei o luoghi famosi grazie ad una specifica opera d'arte, senza la quale il sito stesso che la ospita perde di valore culturale. Un po' di anni fa, mentre lavoravo a Paestum, fu mandata a Venezia la tomba del Tuffatore, con il risultato che i turisti disertarono il museo ormai privo del pezzo più famoso. Ci sono quindi prestiti da escludere in assoluto.
Che ruolo ha il restauratore nell'organizzazione delle grandi mostre?
Ha un ruolo insostituibile. Ad esempio redige il documento di viaggio (condition report), che documenta lo stato di conservazione al momento della partenza e dell'arrivo e fornisce indicazioni sulla corretta manipolazione ed esposizione. Inoltre il restauratore deve verificare costantemente lo stato di conservazione delle opere esposte ed è l'unico che all'occorrenza può intervenire, previo consenso del prestatore.
Segue quindi l'opera durante lo spostamento e ne controlla le condizioni?
L'accompagnamento dell'opera durante i prestiti avviene a cura di un restauratore, ma più spesso di un funzionario non restauratore. Credo che questa prassi di molte istituzioni italiane vada modificata. E' un ruolo di chiara competenza tecnica del restauratore. Oggi poi molti restauratori sono conservatori in senso ampio (si occupano di prevenzione, manutenzione, controllo microclimatico). E' il restauratore ad avere le competenze per prevenire i danni che minacciano le opere che vengono spostate.
A proposito di competenze del restauratore, oggi la formazione in Italia è bloccata. Le scuole storiche (ICR ed Opificio delle Pietre Dure) non accettano iscrizioni, mentre invece prolificano i corsi universitari, che rilasciano titoli il cui riconoscimento professionale è ancora tutto da verificare. Che sta succedendo?
Siamo di fronte ad un braccio di ferro tra Università e Ministero per i Beni Culturali, che rischia di trascinarsi ancora per anni senza soluzione o, ancor peggio, risolversi con una totale dequalificazione di un settore ritenuto fino a pochi anni fa un fiore all'occhiello del sistema Italia.
Ciò che dice è estremamente preoccupante soprattutto poiché avviene nel paese che vanta il massimo patrimonio culturale al mondo ed i migliori restauratori. Come si è potuti cadere così in basso?
In Italia il problema della formazione dei restauratori fu affrontato con netto anticipo rispetto ad ogni altro paese. La fondazione dell'Istituto Centrale per il Restauro nel 1944 e quella dell'Opificio delle Pietre Dure nel 1966 segnarono pietre miliari, che il mondo intero ci ha invidiato. Purtroppo però il restauratore rimase una professionalità diretta da altre, un mero esecutore, poiché non laureato. Ilaboratori di restauro dei musei italiani raramente sono diretti da restauratori e pochi sanno che lo stesso Istituto Centrale per il Restauro non può per legge avere un direttore che sia un restauratore. E' un po' come dire che un ospedale non può essere diretto da un medico! E pensare che quando nel 2004 andai a lavorare al museo di Alessandria d'Egitto, il laboratorio era diretto da una restauratrice laureata all'Università del Cairo, come erano allo stesso modo laureati tutti i restauratori che vi lavoravano. In Italia la situazioneè invece caotica.
La malaugurata prassi dei facili passaggi di ruolo nei concorsi interni ha fatto sì che oggi molti restauratori appartenenti all'amministrazione statale sono operai di scavo, custodi, bibliotecari o elettricisti, passati da un ruolo all'altro. Nella pubblica amministrazione il profilo del restauratore è stato considerato inferiore, perché non laureato. In molti concorsi non sono richiesti titoli specifici di restauratore e qualsiasi altro titolo è meglio valutato (come un diploma generico di laurea, considerato di livello superiore nella griglia della formazione nazionale). I concorsi interni, in cui come noto la selezione è solo ipotetica, perché le commissioni sono formate da colleghi, spesso da compagni di stanza, hanno causato l'occupazione di molti posti per restauratore da parte di dipendenti afferenti ad altri profili di "operatore tecnico", privi di conoscenze specifiche di restauro. Non va poi mai dimenticata la rovinosa legge 285/1977 sull'occupazione giovanile (7.000 assunzioni), senza selezione d'ingresso.
E sembra che il cattivo vizio dei concorsi interni sia duro a morire: è attualmente in corso un ennesimo concorso interno, con passaggi di livello e ruolo. Pensi che nel gennaio 2008 i restauratori dell'Istituto Centrale furono costretti a scrivere a Francesco Rutelli, allora Ministro per i Beni e le Attività Culturali, a causa della sperequazione nell'assegnazione dei punteggi dati ai titoli di questo concorso per la riqualificazione del personale. Al titolo di laurea erano assegnati 40 punti, ma solo 0,5 punti per anno (1,5 o 2 punti in tutto) ai titoli di restauratore rilasciati da I.C.R ed O.P.D. Va detto che il nostro ministero ha un atteggiamento ambiguo: da una parte vanta ed esporta all'estero la professionalità del restauratore, mentre al suo stesso interno ne umilia la valenza culturale.
Quand'è che, nella formazione dei restauratori (settore ritenuto per decenni monopolio del Ministero dei Beni Culturali), entra in gioco l'Università?
Con la riforma universitaria del 2000 vengono istituite la classe di laurea triennale 41, in Tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali, e la classe di laurea specialistica 12/s, in Scienze e tecnologie per la conservazione e il restauro del patrimonio storico artistico. Si attivano corsi triennali o quinquennali a: Bari, Bologna, Cagliari, Camerino, Catania, Chieti-Pescara, Ferrara, Firenze, Napoli (Suor Orsola Benincasa), Padova, Palermo, Parma, Roma (sia alla "La Sapienza" che a "Tor Vergata"), Sassari, Torino, Viterbo (Tuscia), Urbino, Perugia, Siena, Lecce, Genova, Modena e Reggio Emilia, Parma, l'Aquila, e all'Università della Calabria.
Sono veramente tanti! Questo proliferare di corsi universitari riuscirà ad adeguare l'Italia al resto d'Europa (dove per poter operare sulle opere d'arte è richiesta almeno una laurea magistrale), mantenendo al contempo alta la qualità nella formazione?
A pochi anni dall'inizio di questo processo, indubbiamente necessario, i risultati sono sconfortanti, poiché in nome dell'autonomia degli atenei l'attivazione dei corsi è avvenuta senza regole, in modo del tutto incosciente, con piani di studio completamente diversi, sebbene i titoli rilasciati al termine dei corsi di studio, appartenenti ad una stessa classe, abbiano lo stesso valore legale. Esistono anche esperienze valide, ma purtroppo va detto che la maggior parte dei corsi non ha laboratori di restauro in cui svolgere lezioni di pratica; non ha opere su cui intervenire e non ci sono restauratori qualificati tra i professori. Insomma, la maggior parte delle Università ha usato capziosamente il restauro come specchietto per le allodole per attirare nuovi iscritti.
E il Ministero per i Beni Culturali come ha reagito?
E' intervenuto con il Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.lgs. n.42 del 2004) che muta (rispetto a quanto era stato promesso dal Ministero dell'Università e della Ricerca) i requisiti necessari ad ottenere la qualifica di restauratore, per il quale ora si intende colui che ha conseguito o un diploma di laurea specialistica 12/s (o un diploma presso le Scuole di Restauro Statali O.P.D., I.C.R.), ma limitatamente a coloro i quali risultano iscritti ai suddetti corsi entro il 31 gennaio 2006.
E che ne è degli studenti universitari che si sono iscritti a quei corsi che avrebbero dovuto formare restauratori (qualifica mai riconosciuta) o esperti in diagnostica (qualifica anch'essa mai riconosciuta)?
Laureati e laureandi dei corsi di restauro sono stati scaraventati in un limbo senza qualifica, con l'opzione di inseguire il miraggio di una prova di idoneità riservata a pochi eletti, ricorrere per vie legali, o attendere tempi migliori in cui un qualche centro di formazione accreditato possa rilasciare ex lege una laurea abilitante. Nel frattempo non solo i corsi di laurea 41 e 12/s continuano ad esistere, ma molti di questi vengono riformati secondo quanto disposto dal Decreto del MIUR del 16 marzo 2007, che individua le nuove classi L-43 (ex classe 41) e LM-11 (ex classe 12/s). La situazione è esplosiva e rischia di affossare definitivamente l'eccellenza del restauro italiano.
Commenti (4)
06-09-2009 10:56
E-mail per l'omonimo argentino
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Saluti.
05-09-2009 14:36
bisogno e mail di Marcello Mottola
Sono da Argentina bisogno e mail di Marcello Mottola Grazie
02-09-2009 19:09
non disperare
con tre anni sei collaboratore. Per essere restauratore serve un titolo quinquennale; se vuoi il titolo di restauratore devi aspettare che attivino fra qualche anno una laurea abilitante (ICR, OPD o università accreditata ecc) e fare quel percorso. Comunque non sarei tanto disperato: un incarico a tempo indeterminato non è da buttar via di questi tempi.
02-09-2009 14:05
collaboratore restauratore
nel 2007 ho consequito il corso di formazione regione lombardia presso l'istituto santa paola di mantova "corso triennale 3600 ore di lezioni comprese circa 1000 ore presso ditte un esame con tesi finale con funzionari della regione . attualmente lavoro con incarico a tempo indeterminato con una ditta di restauro non sono soddisfatto del lavoro c'è poco professionalità vi chiedo cosa devo fare per entrare nella nuova legge che il ministero stà cercando di fare ASPETTO UNA VOSTRA RISPOSTA 23 enne disperato
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