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di PAOLO IZZO
Gli elefanti guadagnano stipendi milionari. Gli elefanti occupano poltrone importanti. E se la poltrona diventa malagevole, altri elefanti provvedono ad avvicendare l’elefante che la occupava destinandolo a un’altra poltrona, altrettanto importante, e pagandogli una cospicua buonuscita per il disturbo. Gli elefanti si scambiano favori continuamente.
Alle volte succede un fattaccio, muore qualche povero cristo e sbuca
improvvisamente il problema della responsabilità, di chi se la deve
prendere o, peggio, su chi la si deve scaricare: allora gli elefanti,
apparentemente, si fronteggiano, combattono e sotto le loro zampe la
terra trema, ma “a soffrire sono solo i fili d’erba”, come dice un
proverbio africano.
Le pagine economiche dei quotidiani sono piene di questi elefanti che
barriscono il loro potere, spalleggiati da quelli che governano senza
troppi scrupoli la Società del profitto e dell’approfitto. Vendono,
comprano, liquidano, falliscono, ricapitalizzano e, soprattutto,
licenziano.
Parla un po’di questo, anche di questo, con maestria e rara umanità, il
giovane regista Simone Amendola, classe 1975, nel suo Quando combattono
gli elefanti, lungometraggio di esordio per un cineasta che vanta già
un curriculum di tutto rispetto, tra spettacoli teatrali e
cortometraggi da lui ideati e diretti, arricchito da collaborazioni di
pregio (Ken Loach, Citto Maselli).
Anche se la regia di Amendola (con il valido aiuto di Floriana Pinto),
l’impeccabile fotografia (realizzata dal regista con Sebastiano
Bazzini) e il montaggio di Gianluca Paoletti lo rendono davvero
“cinematografico”, Quando combattono gli elefanti nasce come un
film-documentario incentrato sulle Ferrovie dello Stato dal punto di
vista dei “fili d’erba”, di quelli cioè che sui treni ci lavorano, ci
passano la vita e qualche volta ci muoiono, se non vengono prima
mandati a casa perché sono diventati scomodi.
Come Dante De Angelis,
“il macchinista che fu licenziato due volte”. E tutte e due le volte
per aver posto con forza il problema della sicurezza dei treni: prima
con il rifiuto dell’“uomo morto”, un vetusto strumento di controllo
dello stato di veglia del macchinista (e mai nome fu più inquietante)
riesumato pur di non dover affiancare un secondo macchinista alla guida
dei treni di lunga percorrenza; una seconda volta, molto recente, per
aver denunciato l’insicurezza degli Eurostar.
Le battaglie, sue e dei
suoi colleghi ferrovieri, le voci e le frustrazioni di lavoratori che i
passeggeri dei treni non vedono mai, le piccole rivincite, sono la
locomotiva di questo film importante, ma altri vagoni si aggiungono via
via. C’è la famiglia di immigrati africani, dignitosi e di grande
affettività, che vivono accanto ai binari, in una condizione di
precarietà e di scelte altrui che tanto richiama quella dei
macchinisti. C’è il collezionista di trenini elettrici che sperimenta a
tavolino la tragedia di due treni che entrano in collisione o di un
lavoratore che viene investito sulla strada ferrata.
Poi arrivano le
scene di repertorio del disastro ferroviario di Crevalcore, dove
morirono 17 persone; o le facce umane, così umane dei ferrovieri che
assistono allo sganciamento di due convogli accartocciati come fossero
le loro creature; o le lacrime vere di chi racconta a distanza di anni
la morte dei suoi colleghi. Non si vedono quasi mai, queste persone,
nei film. Se ne legge poco sui giornali. Qualche volta compaiono nella
retorica pre-elettorale o nei servizi di reporter coraggiosi come
Milena Gabanelli (che pure compare nel film per offrire la sua
testimonianza).
Simone Amendola non è mai retorico ed è invece
coraggioso a raccontare, nell’intreccio di umanissime vite parallele,
una storia così poco nota a noi semplici passeggeri, noi che dei treni
vogliamo soltanto sapere se ci porteranno a destinazione in orario o se
non verremo messi in condizioni di disagio per una fastidiosa,
improvvisa protesta.
Sullo sfondo gli elefanti del proverbio del
titolo, che mai compaiono ma le cui dichiarazioni arrivano spietate
dalle pagine dei giornali o dalla voce atona e indifferente di una
portavoce di Ferrovie dello Stato: Azienda e Stato, ma anche i
sindacati confederali, che dei lavoratori dovrebbero essere i paladini
e che invece, troppo spesso, agiscono da veri e propri pachidermi del
potere costituito.
Sotto le loro zampe, i lavoratori. Sotto le loro zampe, noi.
Un film da
non perdere se ancora - romanticamente - si pensa che i fili d’erba
valgano più di chi ci passa sopra a grande velocità.
“Quando combattono gli elefanti” (prodotto da The Bottom Line), già
proiettato in anteprima a Bologna e salutato da un’ottima accoglienza,
arriva domani 8 maggio a Roma (nell’ambito del Tekfestival), ore 20.30
al Cinema Nuovo Aquila, mentre una seconda proiezione è prevista sempre
nella sala recentemente restaurata del quartiere Pigneto per le 22.30
dell’11 maggio. In seguito il film – glielo auguriamo davvero -
dovrebbe seguire il suo viaggio, sostenuto nella distribuzione dalla
“Blue Film”.
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