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Conversazione con Fabiano Ferrucci
di MARCELLO MOTTOLA
Oggi, quando si dice "restauratore" nel concreto
potremmo trovarci di fronte a persone che fanno mestieri diversi: c'è il
tecnico che interviene modificando la materia dell'opera d'arte (al pari di un
chirurgo che opera per rimuovere un male); c'è poi il restauratore-conservatore,
diffuso soprattutto nei grandi musei, prevalentemente all'estero, che si occupa
di controllo e manutenzione (più simile al medico curante, che previene il
danno intervenendo sull'ambiente di conservazione); c'è poi il
restauratore-imprenditore che in molti casi non mette neanche mai mano
sulle opere (paragonabile al direttore di una clinica privata).
Continuiamo
l'iniziativa di periodiche conversazioni con Fabiano Ferrucci, docente di
Restauro all'Università degli Studi di Urbino Carlo Bò, restauratore titolato
presso l'Istituto Centrale del Restauro (I.C.R.),
oltre che laureato in Lettere Moderne con indirizzo Storico Artistico
all'Università degli Studi di Roma La Sapienza, chiedendogli:
Chi è
oggi - nel concreto e al di là della qualifica o dei titoli - il "restauratore"?
"E' in atto da tempo un processo di
trasformazione e adeguamento della figura del restauratore al mondo in cui
opera. Si possono individuare due linee parallele: la
riappropriazione di ruolo (ad esempio nella progettazione e nella direzione
lavori) e l'acquisizione di competenze più ampie (si pensi alla diagnostica).
C'è poi il marasma della formazione in
cui ancora non è stato messo ordine. Una commissione del Ministero per i
Beni e le Attività Culturali di concerto con il Ministro dell'Istruzione,
dell'Università e della Ricerca sta
lavorando al gravoso compito di definire un regolamento, che individui i
parametri minimi per i centri di formazione (possesso di laboratori, requisiti
del corpo docente, rapporto numerico docenti/allievi, eccetera), ed inoltre
istituisca finalmente un elenco ufficiale di restauratori di beni culturali".
Insomma
siamo di fronte a mutamenti importanti?
"Per capire cosa sta succedendo può
essere interessante ripercorrere brevemente l'evoluzione di questa figura
professionale, partendo da ciò che avvenne nelle seconda metà dell'Ottocento
per poi arrivare agli avvenimenti degli anni ottanta del Novecento, quando cioè
arrivarono cospicui finanziamenti e si generò un mercato dei grandi appalti di
restauro, basato purtroppo sul profitto".
Qual era la figura del restauratore
nell'Ottocento?
"Nell'Ottocento il restauratore, prima di essere restauratore, era
artista. I primi restauratori
italiani che segnano la nascita di una letteratura specifica nel campo del
restauro sono artisti: il bergamasco Giovanni Secco Suardo ed il fiorentino
Ulisse Forni, autori di due manuali di restauro editi entrambi nel 1866. Ed anche il friulano Giuseppe Uberto Valentinis, convinto "scientista positivista" e
diffusore del metodo Pettenkofer, inventato dallo scienziato tedesco per
rigenerare con processi chimico-fisici
gli antichi dipinti ad olio alterati, era un pittore paesaggista.
I maestri
d'arte delle accademie, riuniti o meno in commissioni, partecipavano alla
gestione dei restauri. A Venezia,
Giulio Cantalamessa, direttore delle Gallerie dell'Accademia, assume a regola il
sistema della consulenza di un artista per ogni restauro di un'opera".
Quindi
nell'Ottocento artisti-restauratori erano chiamati a giudicare il lavoro di
restauratori-artisti.
"Sostanzialmente sì".
Quando cambia il modo di gestire
i restauri?
"Se già questa prassi, in uso sia
negli stati italiani preunitari sia all'estero, aveva generato interferenze con
gli studiosi di storia dell'arte, la sovrapposizione di competenze arriva ad un
punto critico nell'ultimo quarto di secolo, con la strutturazione
amministrativa centralista del nuovo stato unitario.
Intorno al primo decennio del
Novecento prevale la regola che il restauratore deve essere diretto
esclusivamente dai funzionari storici dell'arte, principio poi adottato nel 1974
nell'organizzazione gerarchica del Ministero dei beni Culturali.
Tale prassi nella gestione dei
restauri sembra che si venne a consolidare quando Corrado Ricci, direttore
generale delle Antichità e Belle Arti dal 1906 al 1919, organizza la nuova
struttura delle soprintendenze, concentrando il potere decisionale in mano ai
funzionari statali, col preciso intento di estromettere gli artisti delle
Accademie. Attraverso le riforme dei
ministri Villari, Martini, Baccelli si configura l'iter del restauro di stato".
Con la nascita dell'Istituto Centrale per il
Restauro però cambia questo modo di gestire gli interventi?
"La fondazione dell'Istituto Centrale per il Restauro nel 1939 ed
il diffondersi negli anni cinquanta dei principi e dei metodi del restauro
critico/scientifico, che rivoluzionarono totalmente il modo di affrontare i
restauri, non intaccò sostanzialmente la formula lavorativa che rimase la
stessa, allargando per i restauri più prestigiosi il bipolo storico-restauratore al chimico, al fisico, al
biologo. Il restauratore rimase
comunque una figura diretta da altre professionalità, un esecutore a cui era
preclusa la direzione lavori, la progettazione e le funzioni direttive, anche
perché non era in possesso di un titolo di laurea".
Quindi è questa la "riappropriazione di
ruolo" a cui accennava all'inizio della conversazione. Ma ci parli degli anni
in cui nasce il mercato dei grandi
appalti.
"Una nuova sensibilità verso i problemi del degrado dell'ambiente
e dei monumenti si era già fatta strada alla fine degli anni sessanta, quando
divennero critiche le problematiche del territorio e si sviluppò la convinzione
-in alcuni intellettuali più
illuminati- che andavano recuperati
i legami delle presenze artistiche con il loro proprio contesto. Fu solo però a metà degli anni
settanta, che -sotto la spinta di un
nuovo interesse verso i problemi del patrimonio culturale- furono convogliate risorse economiche, fino ad allora insperate,
verso il settore del restauro, che iniziò a modificarsi radicalmente.
La maggiore disponibilità di finanziamenti promosse il restauro di
interi complessi architettonici e contesti archeologici con fondi straordinari,
come gli stanziamenti post-sismici
in Belice, in Friuli ed in Irpinia.
I primi grandi investimenti arrivarono all'inizio degli anni ottanta e furono i
fondi F.I.O. (Fondi Investimento
e Occupazione); in un secondo tempo
arrivarono i fondi del gioco del Lotto.
Le mostre d'arte iniziarono ad attirare strati crescenti dell'opinione pubblica
e di conseguenza anche i politici iniziarono a guardare con un rinnovato
interesse i Beni Culturali.
E' in quegli anni che i fondi per i restauri iniziarono ad essere
considerati non meri costi erariali, ma investimenti utili all'economia del
paese. Si iniziò a parlare di opere
d'arte come "giacimenti culturali", come "petrolio dell'Italia". Al valore storico e civile delle
presenze artistiche iniziò ad affiancarsi, talvolta purtroppo a prevalere, l'idea di bene culturale quale
risorsa economica.
Il restauro iniziò ad estendersi
non più soltanto a quadri e statue, bensì a vaste superfici monumentali, con
tutte le decorazioni scultoree e pittoriche pertinenti, e ad interi contesti
archeologici. Furono aperti innumerevoli cantieri di restauro su fontane
monumentali, su facciate di palazzi storici e di chiese, sulle grandi statue in
bronzo e marmo, collocate nelle principali piazze italiane, sui templi, su
mura, sulle rovine archeologiche e sui pavimenti di mosaico".
Si tratta di interventi meno "delicati"
rispetto al restauro dei quadri?
"No. Si tratta di superfici e situazioni conservative che -per quanto ampie- ogni restauratore sa che vanno comunque trattate secondo criteri,
metodologie e spesso anche tecniche corrispondenti a quelle adottate per i
restauri di piccoli oggetti".
Il modo imprenditoriale come
considerò questo settore sostanzialmente "nuovo"?
"La disponibilità di risorse per
il restauro coincise con la crisi generale che il settore edile di nuove
costruzioni accusò dopo il boom degli
anni Sessanta. Grazie a leggi
compiacenti si assistette ad un vero e proprio travaso di imprese edili nel
settore del restauro".
Esistevano sistemi di filtro per
le imprese non specializzate?
"Paradossalmente per accedere
agli appalti pubblici dei restauri di opere d'arte era necessario essere
iscritti all'Albo Nazionale Costruttori (A.N.C.),
barriera che tagliava fuori la maggior parte dei restauratori professionisti.
Le imprese edili, iscritte alla categoria 3A dell'A.N.C., potevano avere in affidamento appalti su qualunque bene
vincolato e di qualunque natura fosse l'intervento. Nessuna differenza dunque tra delicati interventi di pulitura su
affreschi o sculture ed interventi strutturali di rifacimento di tetti o
consolidamento di fondazioni.
Questa fu la situazione a partire
da metà anni ottanta. Il restauro
delle superfici dipinte e scolpite di quadri, statue, oggetti archeologici fu
assorbito nella stessa logica di mercato propria dell'attività edilizia ed
impiantistica.
Il restauro fu considerato una
prestazione d'opera e non un servizio. La prestazione intellettuale, pure
riconosciuta a chi organizzava mostre o scriveva cataloghi, non fu mai
riconosciuta al restauratore. Anche
per opere importantissime, in cui l'interpretazione critica è basilare all'intervento,
il restauro fu -ed è ancora ad oggi- valutato sempre come mero prodotto di
ore lavorative, materiali e attrezzature".
Quali "maestranze" erano
abilitate a mettere le mani sulle opere?
"La figura del restauratore di
beni culturali non fu definita rispetto alle competenze professionali e questo
permetteva alle imprese edili di utilizzare gli stessi operai edili come
restauratori. Accadeva di frequente,
in perfetta legalità, che -terminata
la costruzione dei ponteggi- gli
stessi operai, abbandonata la chiave inglese, imbracciavano l'idropulitrice ed
iniziavano l'intervento di restauro sulle superfici".
Come si regolarono i restauratori
di fronte a questa "invasione di campo"?
"Molte imprese artigiane
sparirono. Numerosi restauratori
seri ripiegarono su committenze private ed antiquarie e su affidamenti
ministeriali di importi contenuti, ottenuti grazie alla fiducia di qualche
studioso più accorto. Parallelamente
al mercato dei grandi appalti sui
monumenti continuavano in una certa misura gli affidamenti fiduciari di
restauri di quadri, statue, oggetti archeologici, anche molto importanti sotto
il profilo storico-artistico, ma di
poco impegno economico. Per importi
contenuti non era infatti obbligatoria l'iscrizione all'Albo Nazionale
Costruttori.
Anche l'organizzazione del lavoro
delle imprese di restauro iniziò a modificarsi velocemente. La struttura di impresa artigiana -in alcune realtà ancora a livello familiare- risultò non appropriata alla nuova realtà imprenditoriale del
settore. Alcuni restauratori si unirono in
gruppi (cooperative, consorzi, associazioni temporanee d'impresa) per cercare
di essere più competitivi e contrastare le imprese edili. Altri ancora si trasformarono in procacciatori di sponsor, perché per i finanziamenti
tramite sponsorizzazioni non era (e non è tuttora) necessario ricorrere a gara
d'appalto. Molti purtroppo finirono
nella caienna dei subappalti".
Come si trasformò il lavoro del
restauratore nei cantieri?
"Il restauro fu assorbito dalla
logica d'impresa: per economizzare
le ditte iniziarono a comprimere i tempi lavorativi; l'analisi, lo studio della storia, la documentazione, le prove
per la messa a punto di metodi, le osservazioni preliminari, i ragionamenti,
anche la semplice curiosità di conoscenza del restauratore non ebbero più
spazio in una logica di mero mercato, in cui il restauro diventava lavoro di
perfetta routine. I principi, le regole ed i vizi del mondo dell'edilizia
trasbordarono nel settore del restauro.
La logica di mercato del prezzo più basso come prezzo vincente si applicò
brutalmente al restauro delle opere d'arte".
I principi teorici del restauro,
per intenderci Brandi, e l'azione dell'I.C.R. non furono però intaccati da
queste trasformazioni del mercato?
"E invece sì! E' qui che inizia
ad essere minato un punto di forza basilare del metodo formativo messo a punto
all'I.C.R.. Una migliore formazione
diventa -per la selezione che opera
il mercato- un handicap, perché crea un restauratore con un atteggiamento
analitico e critico, non disposto ad accettare compromessi per accorciare i
tempi lavorativi e quindi meno competitivo".
Ma come è possibile che storici
ed archeologi non hanno avvertito il pericolo di cui lei parta?
"Tranne qualche voce isolata e
purtroppo tardiva (come quella di Pietro Petraroia o di Giovanni Guzzo) non c'è
stata alcuna traccia di indignazione tra soprintendenti, funzionari, docenti
universitari, intellettuali;
pochissimo spazio è stato dato dai media
a ciò che stava succedendo".
E i restauratori?
"I restauratori, privi di albo e
flebilmente riuniti in più associazioni con posizioni molto discordanti,
denunciarono già a partire dalla fine degli anni ottanta la situazione, senza
raccogliere purtroppo nessuna solidarietà.
Le proteste furono recepite come rivendicazioni di categoria di nessun
interesse ai fini della salvaguardia del patrimonio.
Elemento di debolezza della
categoria è stata sempre l'eterogeneità della formazione. In effetti gli elementi divergenti tra i restauratori hanno
sempre prevalso su quelli aggreganti. Anche parlare di un'unica categoria è
improprio, in quanto difficile individuare un comune denominatore: era restauratore chi aveva
semplicemente eseguito operazioni meccaniche in qualche cantiere su monumenti,
chi aveva seguito gli iter formativi più disparati e chi aveva
gestito come imprenditore una ditta che aveva operato su monumenti, senza mai
personalmente aver toccato un'opera d'arte.
Insomma negli anni ottanta e novanta era restauratore chiunque si fosse
voluto definire tale.
Questa fase di deregolamentazione
ha prodotto conseguenze nefaste, di cui oggi pagano le conseguenze gli
operatori seri e le opere d'arte stesse.
La tristissima realtà è che oggi il settore è inquinato da finti
restauratori.
Capisce perché è così importante
che si faccia ciò che non è mai stato fatto, ovvero che si istituisca un elenco ufficiale dei
restauratori di beni culturali, redatto con criteri seri e trasparenti. E'
a questo difficilissimo compito che sta oggi lavorando la commissione
interministeriale! Speriamo vi riesca senza doversi piegare ai piccoli e grandi
poteri della politica, dei burocrati ministeriali, del mondo delle università,
dei sindacati, delle associazioni di categoria e dell'imprenditoria edile,
altrimenti l'elenco dei restauratori diverrà l'ennesimo pasticcio".
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