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Congo, l'ora della diplomazia (forse) PDF Stampa E-mail
lunedì 03 novembre 2008

congo_crisiumanitaria.jpgChiamarla normalità è non solo un azzardo ma una mancanza di rispetto. Eppure, la situazione a Goma sta lentamente migliorando. Dopo il panico dei giorni scorsi, nel capoluogo del Nord Kivu (est della Repubblica democratica del Congo), è l'ora delle trattative e della diplomazia, per cercare di frenare i venti di guerra, e soprattutto di arginare la tremenda emergenza umanitaria, che ha prodotto finora quasi due milioni di sfollati.

"La gente - ha raccontato a ‘Repubblica Raffaella Gentilini, coordinatore sanitario di Medici senza frontiere, una della pochissime ong ancora attive nella regione insieme a alla missione salesiana - non sa dove andare. Avanza a tentoni. Cammina qualche chilometro, cerca un rifugio dove poter sostare qualche giorno. Ma vive nell'incertezza. Sa che dovrà spostarsi ancora".

Il generale ribelle Laurent Nkunda, incontrando i giornalisti nel suo feudo di Kichanga, ha proposto dei negoziati, in alternativa all'offensiva, ma il governo di Kinshasa ha detto no. "Non ci sono - ha detto un portavoce - piccoli e grandi gruppi armati. Creare un disastro umanitario non dà diritti speciali nei confronti di altri gruppi che operano nel Nord Kivu...Il governo non vede alcuna ragione di discriminare altri gruppi di congolesi che hanno proposte da fare".

Nel frattempo nel paese sembra tornata la calma. Regge il cessate il fuoco, nonostante alcune segnalazioni di scaramucce a Nyanzale e nella zona di Mwesso. A Goma molti negozi hanno riaperto e anche alcune scuole hanno ripreso a funzionare. Il personale internazionale delle organizzazioni umanitarie fuggito oltre confine ora fa la spola tra Gisenyi (la città gemella ruandese di Goma, divisa solo dalla frontiera) e Goma dove tornano in giornata per lavorare. Sembra che anche la gente stia ricominciando a tornare, benché la confusione sia ancora tanta, il flusso sia enorme sia in entrata e in uscita, e la sera il coprifuoco è inevitabile.

Caotiche anche le informazioni relative a un rientro degli sfollati nella zona di Rutshuru (l'area circa 70 chilometri a nord di Goma, teatro di intensi combattimenti la scorsa settimana e ora sotto controllo del Cndp), che alcune fonti ritengono "forzato".

I problemi ora sono di natura sanitaria, ma anche relativi al forte rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità, a cominciare dal cibo, tanto nel Nord quanto nel Sud Kivu. I prezzi, fanno sapere fonti locali, sono arrivati anche a raddoppiare in pochi giorni sia a causa della oggettiva limitata disponibilità dei beni provocata dal conflitto, sia per le speculazioni di alcuni commercianti.

Chi ancora non riesce a trovare un ruolo sembra essere l'Onu. Ieri è arrivato un convoglio umanitario, che però è stato disertato dalla maggior parte delle ong attive da tempo nell'area, a causa della scorta militare garantita dai caschi blu della Missione Onu in Congo (Monuc), oggi presente nel Nord-Kivu, con 850 caschi blu, e pronta all'invio di alcuni degli altri 16mila peacekeepers dispiegati in tutto il resto del Paese, grande quanto l'Europa occidentale. Stamattina un altro convoglio è arrivato, cariche di medicine.

A dare una mano alla Monuc sono giunti nei giorni scorsi i ministri degli Esteri francese e britannico, Bernard Kouchner e David Miliband, secondo i quali "gli sfollati in Congo sono più di un milione e 600.000. Sono presi in trappola senza né acqua né cibo". "I profughi - ha aggiunto Miliband - non possono essere raggiunti facilmente dagli aiuti umanitari.

La minaccia di epidemie e di diffusa malnutrizione nella zona degli scontri è più che reale". Lo stesso Miliband ha detto di non poter escludere l'ipotesi di inviare truppe per garantire la consegna degli aiuti umanitari. Stando a quanto scrivono The Independent e The Times, i piani di Londra prevedono l'invio di un battaglione militare, per 500-700 soldati, e di personale di sostegno. "Non possiamo permetterci che il Congo diventi un altro Ruanda" (con oltre 800.000 persone uccise in 100 giorni nel genocidio del 1994), ha detto invece il premier Gordon Brown.

ALESSANDRO CHIAPPETTA




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