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Il 12 Giugno 2006 la giornalista Conchita Sannino, sulle pagine di La Repubblica, scriveva "erano gli archetti più riconoscibili della collina, affioravano sull'orlo del quartiere Avvocata e sono stati praticamente coperti da una massa informe di calce. Grazie ai lavori del Demanio". Poco più di due anni fa, venivano terminati i lavori di restauro e messa in sicurezza di una parte del rivestimento esterno del complesso di S. Francesco delle Cappuccinelle, posto in Salita Pontecorvo a Napoli. Gli interventi riguardarono anche una serie di archetti che sorgevano sul versante nord-ovest dell'edificio, la cui situazione precaria necessitava un pronto intervento di restauro al fine di evitare la caduta dall'alto degli elementi lapidei.
Quando i ponteggi furono smontati definitivamente le operazioni di restauro applicate agli archetti crearono più di una perplessità: gli elementi lapidei, ideati tra Seicento e Settecento da Cosimo Fanzago per il duca di Medina, furono inglobati da una massa informe di materiale, una sorta di "schiuma protettiva", la quale assorbiva gli archi in una forma di blob magmatico.
Il neo Consiglio Comunale di Napoli, attraverso l'intervento di alcuni esponenti politici della maggioranza, rassicurò l'opinione pubblica e gli organi di stampa, spiegò che si trattava solo dell'inizio di un più ampio rinnovo e recupero dell'area di questa parte di città. Fu subito precisato che non si trattava di uno scempio irreparabile, ma di un intervento temporaneo, nella piena prassi della metodologia di restauro applicata a Beni Architettonici, confacente al concetto di reversibilità.
Ogni intervento di restauro, effettuato su qualsiasi materiale che costituisce opera d'arte, deve essere riconoscibile e reversibile. Mentre la riconoscibilità dell'intervento -a mio giudizio- è stata "garantita" anche troppo, non siamo sicuri che il principio di reversibilità sia confacente agli standard di restauro.
Un terzo valore fondamentale del restauro è quello del minimo intervento: qualsiasi intervento restaurativo deve essere volto a mantenere in efficienza, a facilitare la lettura ed a trasmettere integralmente le opere; pertanto uno degli obiettivi del restauro è quello di far leggere l'opera nelle diverse forme in cui ci è pervenuta ed in tutta la sua complessità al fine di tramandarla alle generazioni future.
Se la rinuncia all'estetica ed alle teorie fondamentali del restauro, dalla riconoscibilità al minimo intervento, passando per la reversibilità, costituisce -a detta delle autorità- un viatico al fine di proteggere la struttura originaria dal deperimento, possiamo affermare che questo mandato conferito dalle istituzioni sia oggi decaduto? Evidentemente sì.
Come si evince dalle immagini, dopo più di due anni, la situazione non è cambiata, il blob è ancora lì, come lo sono anche le altre chiese del quartiere, lasciate a loro stesse. Il complesso di San Francesco delle Cappuccinelle si aggiunge alla lunga lista dei "monumenti negati" della zona Tarsia, nonostante costituisca un inestimabile patrimonio di valenza artistica e culturale.
Non tutto è perduto! La salvezza degli archetti dipende paradossalmente dal materiale utilizzato per "proteggerli", quest'ultimo determina la reversibilità dell'intervento. L'utilizzo di una qualsiasi "schiuma protettiva" sarebbe accettabile se si comprendesse quale prodotto sia stato adoperato; al fine di eseguire opere di consolidamento in campo restaurativo vengono utilizzati diversi materiali impregnanti e consolidanti, protettivi traspiranti, materiale fonoisolante in resina di polietilene espanso (con il quale, ad esempio, si esegue il distacco degli affreschi dal proprio apparato murario). Ma se il materiale utilizzato fosse calce (come sosteneva la Sannino) o cemento la situazione sarebbe gravemente compromessa
Dunque un problema anche di metodo di informazione. E' importante allo stadio attuale che la cittadinanza e l'opinione pubblica possano accedere a tutte le informazioni utili in merito ai lavori che riguardano gli ambienti dove vivono. Che questo scambio sia svolto in maniera appropriata ed in ottemperanza delle norme vigenti. Come avvertono questa situazione le persone che popolano il quartiere Avvocata e che lo vivono quotidianamente?
Per rispondere a questo quesito ci affidiamo alle parole di Sergio Bizzarro, presidente dell'associazione di cittadinanza attiva Forum Tarsia, che dice: "a Napoli non si sa francamente cosa augurarsi; se lasciare che alcuni beni culturali muoiano d'incuria, lentamente e senza traumi. Oppure affidarsi ad un ripristino istituzionale, rischiando di vedere violentati i profili delle strutture storico-artistiche del proprio quartiere".
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