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di GIUSEPPE TALARICO
Alcuni esponenti di primo piano della chiesa italiana, come il presidente della Cei Angelo Bagnasco, il Cardinale Tettamanzi e monsignore Fisichella, hanno espresso una posizione, sulla drammatica vicenda di Eluana Englaro, che si trova in stato vegetativo da oltre sedici anni, destinata a riaprire la riflessione sul tema della eutanasia.
In base alle sentenze emesse dalla corte d’Appello di Milano, ottenute dopo una lunga battaglia legale affrontata e sostenuta da Beppino Englaro, è lecita e ammissibile l’interruzione alimentare dell’idratazione artificiale, che tiene in vita Eluana Englaro da molto tempo. Per gli autorevoli uomini di chiesa non è concepibile che una decisione così delicata, in materia di vita e di morte, possa avvenire attraverso i provvedimenti giudiziari.
Al di là della polemica sul caso drammatico di Eluana, la quale aveva espresso al padre il desiderio di morire, quando stava ancora bene, qualora si fosse trovata in uno stato vegetativo, emerge la necessità di comprendere quale è, sul piano filosofico ancor prima che biologico, il confine che separa la vita dalla morte. Si può, in nome di una concezione sacrale della vita umana, secondo la quale ogni decisione sul destino umano di ognuno di noi deve essere affidata alla imperscrutabile volontà divina, considerare in vita una persona priva di coscienza ed incapace di percepire la realtà esterna con i sensi?
Non è lecito, in casi così dolorosi, consentire ai genitori, i quali devono sopportare una sofferenza infinita e sconfinata, di intervenire, per ottenere la sospensione dell’alimentazione artificiale e liberare, in tal modo, il proprio congiunto da una insostenibile condizione esistenziale, in cui si è sospesi tra la vita e la morte?
Certo, le posizioni della chiesa meritano rispetto, anche perché sono la espressione della concezione antropologica dell’uomo che la cultura cattolica ha elaborato, sul piano teologico, nel corso dei secoli. Tuttavia, in uno stato laico e libero, fondato sui valori della liberaldemocrazia, è giusto che i tribunali si pronuncino su casi così drammatici, autorizzando la sospensione dei trattamenti sanitari che tengono in vita, in uno stato vegetativo, una persona da molto tempo, la quale, di fatto, ha già oltrepassato la soglia che separa la vita dalla morte.
Occorre considerare che i principi morali sostenuti dalla chiesa cattolica, legittimi in un paese libero che riconosce il valore del pluralismo culturale, non possono e non devono diventare la fonte giuridica suprema, che ispiri e guidi il legislatore italiano oppure i giudici chiamati ad applicare le leggi vigenti. Per evitare che lo stato laico subisca in Italia un nuovo ed inaccettabile scacco, si deve sollecitare il parlamento italiano ad intervenire per disciplinare, sul piano giuridico, la materia delicata della eutanasia.
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