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Al Consiglio dei Ministri dello scorso 18 giugno è stato teorizzato — e, in parte, abbozzato — il cosidetto Piano per lo sviluppo dell'Italia:
un progetto-Idra formato da due diverse fonti, un decreto legge e un
disegno di legge, che abbraccia una serie di materie assolutamente
eterogenee fra cui — ed è il proprium di questo articolo — l'adozione, o almeno l'avvicinamento, di libri elettronici per le scuole.
Prima d'iniziare a trattarne, è bene dare una rapida lettura
alla bozza dell'articolo interessato — in quanto bozza, ovviamente, la
sua sorte è appesa ad un filo sottilissimo —: in esso, la cui rubrica
s'intitola «Costo dei libri scolastici», si trovano incise le
direttrici di pensiero che lo informano, quali la precedenza dei
formati elettronici rispetto a quelli cartacei, nel caso vi sia «parità
di valutazione» sulla qualità del testo. Logico.
Meno
logico è invece il punto per il quale la disponibilità dei manuali
scolastici, a partire dall'anno scolastico 2008-2009, dovrà/dovrebbe
essere ex lege in entrambi i formati cartaceo ed
elettronico, con ciò annullando ogni beneficio in ordine
all'abbassamento dei costi e all'evoluzione tecnologica. Il motivo è
autoevidente: subordinando l'ingresso nell'insieme dei volumi
selezionabili dai docenti ai soli tomi aventi entrambe le versioni, ed
avendo un tempo così ridotto a disposizione (settembre è vicino, e per
quella data i libri dovrebbero essere già stati stampati!), gli unici
editori che potranno essere pronti ai banchi di partenza saranno i più
grandi, che potranno creare una versione digitali dei loro libri già
stampati in pochissimo tempo, con ciò consolidando una posizione che altri,
saggiamente, hanno riportato essere stata definita dall'Antitrust
stessa «di cartello».
Con buona pace dei nuovi entranti nel mercato
dell'editoria, che forse avrebbero potuto portare con sé della qualità,
circostanza resa possibile dai nuovi mezzi tecnologici (non esiste
quasi lasso di tempo fra la scrittura di un testo e la sua
pubblicazione in forma elettronica, al contrario di quella cartacea) e
nullificata da questa presa di posizione incompresibile da parte del
Governo.
Ma questo non è il solo punto
fallace dell'istituenda norma: chiunque abbia un minimo di conoscenza
dei libri elettronici, sa che è praticamente impossibile fruire
degl'incredibili vantaggi di cui sono portatori se la loro fruizione
non avvenga attraverso i lettori di e-book, dei dispositivi a forma di
libro e con uno schermo, detto ad inchiostro elettronico (e-ink), che
rende il testo indistinguibile alla vista da quello stampato su carta
(chi scrive ha avuto l'opportunità di provarne uno, l'iLiad della Rex
Technologies, e di scriverne una recensione tempo fa, a cui rimanda
il lettore, tanto per capire di cosa si stia parlando); e sa pure del
costo non irrisorio di questo dispositivo (dai 300€ ai 600€), che pure
sarebbe una tantum, potendo essi immagazzinare
centinaia di libri alla volta, risolvendo — sia detto per inciso — il
grottesco problema degli zainetti spaccaschiena. Il problema, si
diceva, è che la norma non ne fa menzione alcuna, ben dovendo invece, a
sommesso avviso dello scrivente, prevedere una qualche forma
d'incentivo fiscale per l'acquisto di quello che diventerebbe/diventerà
l'accessorio fondamentale di ogni alunno.
Insomma:
sebbene ad uno stadio ancora embrionale — e per questo noi ne
segnaliamo le storture, perché vengano corrette — la norma zoppica da
più parti, sebbene parta da un principio assolutamente condivisibile:
la digitalizzazione dei libri scolastici per ragioni di costi e
d'infinite possibilità che un testo elettronico fornisce rispetto a
quello «1.0».
FRANCESCO MINCIOTTI
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