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Quello di Carlo Ruta è un nome che non suona certamente nuovo a chi
s'interessa di blog e di diritto: già nel lontano 2004, il signor Ruta
ebbe primi screzi giudiziari per le sue indagini — sul cui merito non
mi pronuncio in questa sede, trattando della mera libertà
d'espressione, che come tale deve prescindere dai contenuti, già
abbondantemente sorvegliati dal reato di diffamazione — che
analizzavano la realtà ragusana sotto più punti di vista.
Ebbene, il suo nome torna oggi in auge per via di un'ulteriore vicenda
giudiziaria che ha del grottesco: il signor Ruta è stato condannato al
pagamento di 150€ di multa e al pagamento delle spese giudiziare per un
totale di 5000€, perché ritenuto colpevole di violazione dell'art. 16
dell'arcaica legge sulla stampa (l. n. 47/1948), la cui rubrica recita
«stampa clandestina». In pratica — si apprende da più fonti, fra cui il
blog giuridico di Guido Scorza — al sig. Ruta sembra essere stata
contestata l'irregolare periodicità della stampa (c. 2), o forse la
fattispecie propria di stampa clandestina («Chiunque intraprenda la
pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata
eseguita la registrazione prescritta», c. 1), da parte del Tribunale di
Modica. Il punto nodale, contrastatissimo nella blogosfera ed anche a
giudizio di chi scrive, è che la sentenza in questione sembra
equiparare due forme di pubblicazione diverse in radice, e cioè stampa
e blog; la prima, in tutte le sue manifestazioni (da quella cartacea a
quella a mezzo Internet) prevede una struttura organizzata, un rapporto
di lavoro economicamente retribuito, una registrazione di tipo
burocratico presso i Tribunali; il secondo, al contrario, è simile solo
nella forma, ma radicalmente diverso nella sostanza: tendenzialmente
non retribuito (modesti ricavi pubblicitari a parte, peraltro
marginalmente usati rispetto alla massa dei blogger), senza alcuna
periodicità, senza necessità di registrazione burocratica presso i
Tribunali o altro. Insomma, e per citare un lettore arguto: il blog è
l'equivalente telematico dello Speakers' corner d Hyde Park, un luogo
cioè dove chiunque può dire la sua, esprimere il suo pensiero (libertà
costituzionalmente garantita dall'art. 21) in forma elettronica e con
un'impaginazione che, al più, può ricordare quella di un giornale in
linea, ma del quale viene meno tutta la struttura organizzativa che lo
sostiene.
Ovviamente, inferire tutto questo
dall'anacronistica normativa sulla stampa che, sinistramente,
quest'anno compie sessant'anni, è quasi impossibile; e ridicola è stata
l'idea del giudice di ricondurre l'idea del blog all'art. 16, redatto
in un'epoca in cui esisteva a malapena la TV. La verità è che la
legislazione di settore ignora a piè pari questo fenomeno — fenomeno in
espansione vertiginosa: indipendentemente dalla qualità del contenuto,
si valuta che vengano aperti 175.000 blog al giorno, nel mondo — che
invece avrebbe bisogno non dico di una regolamentazione legislativa (la
libertà d'espressione, bene costituzionalmente tutelato, non è già di
per sé sufficiente?), ma quantomeno della sua comprensione da parte del
legislatore, per far sì di «legiferargli attorno».
(FRANCESCO MINCIOTTI)
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