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di PAOLO IZZO
Si deve immaginare una macchina del tempo: all'entrata c'è un grande cartello in cui si avverte che i visitatori potrebbero essere turbati da un'esperienza che "richiede nervi ben saldi"; subito dopo - ma la macchina ha già cominciato a funzionare - un altro cartello, che in realtà è una lettera: l'ha scritta un "devoto marito" alla sua "cara moglie". Recita più o meno così: «...stamane mi son svegliato anzitempo e quando ho voluto affacciarmi alla finestra per respirare un poco d'aria pura ho veduto ch'era una giornata eccezionalmente bella... Così mi son convinto che restare in casa fosse davvero un grave delitto. Dunque ho vinto la mia pigrizia e ho deciso... d'uscir subito a fare una lunga passeggiata in compagnia di Bella...».
Si deve immaginare un romanzo giallo, che comincia senza delitti, ma racchiude in sé tutti gli elementi del giallo con delitto: perché un uomo, il conte Corrado Casalvieri, l'autore della lettera, scompare, nemmeno fosse Mattia Pascal, e tutti lo cercano, chi più chi meno controvoglia. A cominciare dalla moglie Lucrezia, più stupita per la inspiegabile missiva che per l'improvvisa scomparsa del suo congiunto; per continuare con i figli, anch'essi parzialmente indifferenti alla sorte di un padre già assente per natura; fino al maresciallo Gioele Govi, irreprensibile carabiniere con velleità di ispettore Maigret, che deve districare una matassa in cui si ritrova con più d'un Corrado Casalvieri, più d'un intrigo complicato, più d'un antico rancore e tutto senza l'aiuto di computer, telefonini, trasmissioni televisive alla "Chi l'ha visto", per giunta; ma anzi, sulle prime, ostacolato dalla reticenza naturale dei cittadini di Roccasecca e da quella... confessionale di don Luigi.
Si deve immaginare un testo teatrale, dove i personaggi irrompono sulla scena parlando una lingua antica e un dialetto stretto: irrompono con le loro storie come si può però "irrompere" in una tranquilla cittadina di cent'anni fa, senza televisioni e senza aeroplani, senza fotografi e senza Bruno Vespa. Il conte con i suoi scheletri nell'armadio e la moglie del conte con la sua vita troppo normale, il sindaco che sbuffa per la nuova magagna e il parroco che corre a suonar le campane per richiamare i pochi fedeli...
Mescolate questi ingredienti, lasciateli decantare per qualche ora di piacevole lettura e scoprirete di avere tra le mani "I panni sporchi" (Ibiskos Editrice Risolo - Empoli 2008, pp.160), il bel romanzo d'esordio di Maurizio Centi.
L'esperienza "perturbante" di cui si faceva cenno all'inizio e che si trova davvero in una nota al libro, risiede nel fatto che Centi ha deciso di raccontare la sua storia con l'italiano che si parlava il secolo scorso, infarcendola per di più con divertenti innesti dialettali delle Marche: operazione ben riuscita, che l'autore riesce a conservare per tutto il romanzo, senza mai inciampare nelle insidie di tanta narrativa contemporanea, sempre più consegnata ormai al linguaggio cinematografico o, quando va peggio, a quello degli sms e delle e-mail. È qui, ma non solo qui, che sta il pregio del suo libro.
Qualche tempo fa Milan Kundera scrisse un romanzo intitolato "La lentezza", proprio in omaggio alla riscoperta di un ritmo di vita diverso, più pacato, meno frenetico: dove i colpi di scena ci sono lo stesso, perché i rapporti tra gli esseri umani ne sono già, di per sé, pieni.
"I panni sporchi" a suo modo raccoglie questa difficile sfida, restituendo al lettore un bel viaggio nel tempo e nel linguaggio.
n.b. "I panni sporchi" verrà presentato a Roma giovedì 12 giugno, ore 20.30, presso la libreria Rinascita di via Prospero Alpino n. 50.
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