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Il Garante sospende la consultazione dei redditi via Internet |
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mercoledì 30 aprile 2008 |
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di FRANCESCO MINCIOTTI
Dopo la pubblicazione a mezzo Internet delle dichiarazioni dei redditi
dei contribuenti italiani avvenuta nella giornata di mercoledì, le
polemiche divampate con furia crescente minuto dopo minuto non hanno
ancora trovato sopimento, né è possibilità concreta che ciò avvenga a
breve; la vicenda è infatti così lungi dall'essere conclusa, che il
servizio è stato meramente «sospeso», e per di più su iniziativa del
Ministero — sebbene su invito
del Garante della riservatezza — che ha ricevuto apposita comunicazione
ai sensi dell'articolo 154 del codice in materia di protezione dei dati
personali, che predispone una serie di misure a gradiente progressivo —
dal mero invito alla cessazione della divulgazione al vero e proprio
potere d'imperio a terminarla — in capo al Garante stesso.
Eppure, dicevo, è stata proprio la «necessità di
chiedere ulteriori chiarimenti» ad «invitare in via d'urgenza l'Agenzia
a sospendere nel frattempo la pubblicazione dei dati personali
contenuti negli elenchi dei contribuenti sopra menzionati tramite il
sito web http://www.agenziaentrate.gov.it» proprio e solo «nelle more della definizione degli ulteriori accertamenti da parte di questa Autorità»; invito poi recepito
nel tardo pomeriggio di ieri da parte dell'Agenzia delle entrate, che
ha interrotto il servizio di libera consultazione. Il tono dubitativo —
tuziorismo evidente e mai tanto necessario come in questo tema — nasce
dal riconoscimento della pubblicità di questo tipo d'informazioni, già
liberamente consultabili fino ad oggi presso i Comuni. E se è certo che
altro è il grado di facilità di consultazione dell'intero patrimonio
d'informazioni una volta digitalizzate e caricate in Internet, questo
non dovrebbe distogliere l'attento osservatore dalla ratio
di norme siffatte, che ad altro non mirano che ad una trasparenza
finanziara del corpo sociale — e un corpo sociale come quello italiano,
nella sua generalità, ha di che temere dall'iper-esposizione mediatica
dei propri conti; ratio evidente fin dai considerando
della decisione di ieri del Garante, che fa notare la propria posizione
tendenzialmente favorevole alla pubblicazione di dati di per sé già
pubblici, «come è desumibile dai
numerosi pronunciamenti di questa Autorità in materia di trasparenza,
non vi è incompatibilità tra la protezione dei dati personali e
determinate forme di pubblicità di dati previste per finalità di
interesse pubblico o della collettività», sebbene nel caso di specie è sembrato ad esso Garante, «all'esito di una
preliminare verifica effettuata da questa Autorità, la pubblicazione
dei predetti elenchi attraverso il sito web http://www.agenziaentrate.gov.it risulta allo stato non conforme alla normativa di settore».
Cronistoria
della vicenda a parte, un commento personale mi pare necessario:
assumendo che il pagamento delle imposte è impegno che parte dal
singolo ma arriva alla comunità ed è ad essa (e, quindi, di rimando al
singolo stesso come parte del tutto) finalizzata, e che è incombenza
sancita da legge dello Stato come obbligo, non credo ci sia qualcosa di
sbagliato nel rendere pubblico l'adempimento o meno ad un dovere civico
prim'ancora che giuridico. E se il mezzo tecnologico ne agevola la
consultazione, ciò non deve essere inteso come una macchinazione
orwelliana teleologicamente orientata al male — c'è stato chi ha detto
che questo sistema altro non è che un regalo ai malfattori, i quali con
più perizia aiuta ad identificare i bersagli della loro azione
criminale: come se si capisse solo dalla dichiarazione dei redditi,
quale sia il tenore di vita e la floridezza finanziaria... — quanto
piuttosto come un'equa verifica, agli occhi dei cittadini consociati e
co-obbligati, dell'adempimento dei singoli, in nome del bene comune.
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