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Gli antidepressivi potrebbero "ringiovanire" il cervello PDF Stampa E-mail
venerdì 18 aprile 2008

prozac.jpgLa Fluoxetina, venduta sotto il nome di Prozac, farmaco antidepressivo usato per curare depressione, disturbi ossessivi-compulsivi, bulimia nervosa e attacchi di panico che ha avuto una grande diffusione, specialmente negli Stati Uniti, sarebbe in grado di ridare elasticità al cervello e, quindi, "ringiovanirlo". E' il risultato della ricerca del gruppo di neurobiologia della Scuola Normale di Pisa e dell'Istituto di Neuroscienza del Consiglio Nazionale delle Ricerche, guidato da Lamberto Maffei, pubblicata sulla rivista scientifica Science.

Le ricerche condotte da Maffei con l'ausilio del team di ricercatori del Cnr composto da Josè Fernando Maya Vetencourt, Alessandro Sale, Alessandro Viegi, Laura Baroncelli, Roberto De Pasquale e da due ricercatori finlandesi,  hanno studiato gli effetti del farmaco antidepressivo sui topi adulti con deficit visivo permanente causato dall'occhio pigro e hanno scoperto che, nel momento in cui gli antidepressivi incidono sulla vista migliorandola, inducono un rimodellamento della corteccia visiva.

Gli scienziati hanno dimostrato che l'assunzione di prozac e' capace, quindi, di stimolare la capacità delle connessioni nervose di modificarsi in risposta agli stimoli ambientali. Al momento non è noto se gli effetti del prozac sulla plasticità cerebrale documentati nell'animale siano ottenibili anche nell'uomo, il cui sistema nervoso è molto più complesso.

"Il nostro - spiega Maffei - è un esperimento condotto su meccanismi basilari che apre nuove prospettive per il futuro". Afferma, inoltre, la necessità e la prontezza nel trasferire l'esperimento dagli animali agli umani e che c'è la possibilità di iniziare proprio con la cura della malattia dell'occhio pigro.

"Questi risultati - sottolinea Maffei - contribuiscono a chiarire i meccanismi attraverso cui si attua l'azione degli antidepressivi, ma suggeriscono quali alterazioni cellulari e molecolari potrebbero essere alla base di una patologia ampiamente diffusa come la depressione. Inoltre, i risultati di questa ricerca aprono la strada verso nuove possibili applicazioni della fluoxetina in patologie diverse come la malattia di Alzheimer, ed altre sindromi in cui un'eccessiva inibizione intracorticale si ritiene alla base del cattivo funzionamento dei circuiti nervosi".

SERENA FERRETTI




Commenti (1)
18-04-2008 15:01
Che coraggio! O_O
Hanno anche il coraggio (la faccia tosta, magari) di chiamarsi "scienziati", quelli che fanno ancora sperimentazione sugli animali, quando è ormai riconosciuto universalmente che i risultati di laboratorio ottenuti sugli animali sono assolutamente inattendibili se rapportati in ambito umano (dove, guarda caso serve comunque una nuova sperimentazione, chissà come mai?!). Una ricerca cieca e stolta che serve solo a torturare inutilmente poveri animali, per dimostrare cosa poi? L'utilità dei farmaci di sintesi? Quelli fanno bene solo alle casse delle case farmaceutiche. Questi signori scienziati si "dimenticano" di dire che farmaci come il prozac creano dipendenza e che una volta iniziata una "cura" con tale sostanza è poi difficile smettere, se non con gravi complicazioni e ci si deve letteralmente disintossicare per gradi. Tutto questo è già noto da tempo e basta leggere il foglietto illustrativo di un farmaco qualunque per leggerne la tossicità. In pratica sono più gli effetti collaterali che i benefici. Ed è facile verificarlo, basta saper leggere. 
Ci sono vie alternative ampiamente documentate che si possono seguire a queste, l'unico difetto che hanno in genere è che costano poco e sarebbero alla portata di tutti... traete voi stessi le conclusioni...
Scritto da albatross

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