di GIUSEPPE RIPPA
Alle 18.30 di giovedì 24 gennaio prende la parola nell'aula di palazzo Madama, sede del senato della Repubblica, Clemente Mastella (foto Ansa) ex ministro della Giustizia. Il suo esordio è la lettura integrale di una poesia di Pablo Neruda (che il "colto" Corriere della Sera attribuirà poi alla poetessa Martha Medeiros): «Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, il colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce...». Il suo è un intervento teso.
Era giunto a Roma in auto accompagnato da un medico a causa di un leggero malore che lo ha colpito. In aula ha ribadito che per lui la maggioranza non c'è più. «Dico no con molta fermezza alla fiducia». Poi rivolgendosi a Prodi ha aggiunto «Lei non può far finta che non sia successo nulla. Bisogna esigere rispetto dalla magistratura... Noi dobbiamo avere rispetto della Magistratura, ma la stessa deve avere rispetto della politica che resta sempre titolare di un primato nelle scelte legislative e di indirizzo...».
Con il no annunciato anche da Lamberto Dini, Clemente Mastella e Tommaso Barbato e l'astensione in aula dell'altro senatore liberaldemocratico, Giuseppe Scalera, il Senato sembra voltare le spalle al governo.
Domenico Fisichella non aveva ancora definitivamente sciolto la sua riserva. Ed era annunciata l'assenza dall'aula di Luigi Pallaro e del senatore a vita Sergio Pininfarina. Il presidente del Senato Franco Marini, inoltre, per prassi non prende parte al voto. Il quorum per la fiducia sarebbe dunque così fissato a quota 160 voti.
Il pomeriggio nell'aula del Senato era stato caratterizzato da turbolenze estreme.
Fuori e dentro l'aula - scrive il sito del "Corriere della Sera" - si era comunque consumata la spaccatura dell'Udeur, anche se Mastella fino all'ultimo ha cercato di non ammetterla: «Non c'è nessuna spaccatura nel mio partito. Come vedete siamo tutti qui tranne uno» (ma i senatori dell'Udeur sono in tutto tre, ndr) aveva detto Clemente Mastella dopo una riunione con i suoi in un ristorante vicino a Palazzo Madama, spiegando che chi non avrebbe votato contro Prodi sarebbe stato espulso. Pochi minuti dopo, però, il senatore Nuccio Cusumano ha annunciato il suo voto a favore di Prodi e tra i banchi è scoppiato il finimondo.
Al grido di «pezzo di merda, pagliaccio, venduto» il capogruppo Tommaso Barbato è corso in aula mentre dal video stava ascoltando la dichiarazione di voto del collega di partito e con le mani ha mimato una pistola. Al termine del suo discorso e dopo l'attacco di Barbato, Cusumano si è sentito male ed è stato portato via in barella. Al suo indirizzo dai banchi dell'opposizione sono arrivati anche altri pesanti insulti. I commessi sono intervenuti per allontanare Barbato dall'Aula e la seduta è stata sospesa.. In mattinata anche Mastella aveva avuto un malore e per questo era stato accompagnato a Roma da un medico.
Ma una domanda sorge immediata. Che succederà ora in uno scenario di crisi così profondo e di gravità eccezionale.
C'è chi afferma che «...un qualsiasi scioglimento anticipato, del Parlamento, e conseguenti 'nuove' elezioni, rappresenterebbero una vera sciagura per il Paese. La determinazione con la quale il Presidente del Consiglio Prodi difende la parlamentarizzazione della crisi, la sua 'forma' costituzionalmente corretta, va salutata e sostenuta, mentre l'oligarchia partitocratica dominante vi si oppone...».
Ma a questa posizione fa da contraltare chi ritiene che è pura follia proseguire di un solo giorno questa legislatura e che bisogna andare di corsa al voto.
Ma con questa legge elettorale, che ha rivelato la sua incapacità a fornire una possibilità di governabilità, si può sperare che una crisi politico-istituzionale come quella che l'Italia attraversa possa essere affrontata?
Come non si può non fare riferimento alla gravissima crisi economica mondiale, alle terribili questioni che riguardano per esempio Napoli e la Campania, che con la vicenda rifiuti si trova in mezzo al guado, e che in una lunga parabola di indeterminatezza rischia di affondare in una pericolosa situazione dai risvolti inquietanti.
Tutto sembra ora nelle mani del Capo dello Stato. Al Presidente Giorgio Napolitano è assegnato il compito di ricomporre un punto di sintesi tra drammatiche esigenze di governo delle situazioni necessitate di risposte improrogabili - come quelle che riguardano la capitale del Mezzogiorno e tutto il sud in particolare - e una prospettiva di riforma elettorale e istituzionale senza le quali il Paese rischia il suo tracollo.
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