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Finanza islamica, tra prospettive ed opportunità PDF Stampa E-mail
mercoledì 14 luglio 2010

finanza.jpgdi NUCCIO FRANCO

 

Il mondo islamico non rappresenta esclusivamente un interlocutore essenziale dal punto di vista sociale con il suo bagaglio di carattere religioso e culturale. Negli ultimi anni, infatti, esso sta iniziando a ricoprire un ruolo sempre più preponderante anche dal punto di vista finanziario.

I musulmani nel mondo, oggi sono circa 1,5 miliardi. Gestiscono patrimoni per oltre 1.400 miliardi e con una previsione di crescita fino 1.600 miliardi nel 2012, data l'importanza del mercato petrolifero e la crisi finanziaria mondiale.

 

Questa ha messo in ginocchio gli Stati Uniti e l'Europa, ma ha avuto effetti meno devastanti sui paesi del Maghreb e del Medio Oriente, non assoggettati alla legge del tasso di interesse.

Secondo recenti dati, si stima che l'industria dei servizi finanziari islamici, presente in oltre 65 paesi, gestisca fondi per circa 750 miliardi di dollari e continui a crescere al ritmo del 10% -15% all'anno.

Le banche totalmente islamiche o dotate di uno sportello islamico sarebbero quasi 350 ed oltre 250 i fondi d'investimento che seguono i principi della Shari'a.

 

Purtroppo, questo imponente potenziale economico del mercato finanziario globale non può essere gestito con le leggi che regolano l'attuale sistema finanziario Occidentale, in quanto i musulmani sono tenuti al rispetto del libro sacro, il Corano, che sancisce regole non solo religiose ed etiche, ma anche e soprattutto civili ed economiche.

 

Tra le differenze di maggior impatto rispetto alla finanza tradizionale è da annoverare senz'altro il divieto di guadagnare sugli interessi, la cosiddetta riba; molte delle peculiarità della finanza islamica, specialmente dell'attività bancaria, vertono infatti proprio intorno a questo principio. L'interesse non è legittimato come titolo di risarcimento per chi immobilizza del denaro per un certo periodo per tenerlo a disposizione del debitore ed è quindi considerato usura, indipendentemente dall'entità dell'interesse applicato.

 

Di conseguenza, essa si basa su principi di giustizia ed equità per cui gli utili e le perdite sono ripartiti tra finanziatori e risparmiatori, e non sono scaricate l'uno su l'altro. E' bandita, quindi la speculazione, vige il divieto dell'incertezza ed è previsto tassativamente l'obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su di un attivo reale, il che comporta una teorica esclusione del ricorso a prodotti derivati.

 

Altra differenza sostanziale risiede nell'enfasi che la finanza islamica riconosce al principio di responsabilità sociale. Infatti, mentre secondo la tradizione occidentale è semplicemente possibile investire in modo responsabile, per l'Islam ciò è strettamente obbligatorio.

 

Altre difformità da sottolineare, risiedono nella circostanza che essa è basata sulla trasparenza e sulla tracciabilità dei capitali e che sono vietate le attività economiche legate a distribuzione e produzione di alcol, tabacco, armi, carne suina, pornografia e gioco d'azzardo (haram).

 

In sostanza,il sistema bancario islamico soprattutto in questo periodo di crisi finanziaria globale, costituisce un'alternativa al sistema convenzionale basato sul concetto di interesse.

 

Con riferimento all'Italia, la possibilità di intercettare tali capitali e di attivare le conseguenti opportunità da essi derivanti è pressoché nulla in quanto manca la previsione di strumenti finanziari in grado di adeguarsi alla legge islamica, né sono attualmente al vaglio proposte di legge che vadano in questa direzione. Nel nostro paese ci si è semplicemente limitati alla sensibilizzazione sul tema senza tener conto dei tempi ormai frenetici dell'economia e della finanza a livello globale.

 

Ma l'eventuale adeguamento del vuoto normativo non è una questione che riguarda semplicemente soltanto il milione e 200mila fedeli mussulmani che ormai vivono stabilmente nel nostro paese e che vorrebbero investire e finanziarsi con strumenti halal, religiosamente leciti, e non haram, proibiti.

"Il problema" sottolinea Antonio Ortolani, Presidente della Commissione banche e intermediari finanziari dell'Ordine dei Commercialisti di Milano " va ben oltre questo aspetto, che pure è importante: in mancanza di un adeguamento normativo è praticamente impossibile intercettare capitali provenienti dai paesi arabi che sarebbero di vitale importanza per il nostro paese. Penso per esempio al contributo che potrebbe dare alla realizzazione delle opere infrastrutturali l'utilizzo di fondi islamici che abbiano ritorni economici compatibili con la Shari'a, ossia di compartecipazione all'utile anziché di remunerazione del solo capitale quale interesse".

"Chi vuole usufruire di interessanti agevolazioni nei paesi arabi per insediare attività produttive con l'utilizzo di mezzi messi a disposizione da banche di finanza islamica deve necessariamente conoscere le leggi finanziarie coraniche", aggiunge Ortolani. Il quale conclude che "a volte anche allargare le vedute mentali può favorire il business".

 

In realtà, in Europa, sistemi finanziari più evoluti come quelli di Regno Unito, Francia e Germania si sono organizzati per favorire la creazione di strumenti conformi alla finanza islamica e cogliere così un'occasione importante sviluppando rispettivamente 30, 7 e 4 miliardi di sharia compliant asset.

 

Se da un lato non c'è da stupirsi in quanto tali nazioni sono quelle dove si registra la maggior presenza di immigrati, dall'altro la riforma della legislazione in materia finanziaria con l'adeguamento della stessa a determinate esigenze di mercato, rappresenta senza tema di dubbio un'esperienza destinata ad essere al più presto mutuata anche da altri sistemi finanziari. Solo in tal modo questi riusciranno a resistere all'impatto notevole della finanza "halal" ed a competere sul mercato globale alla stregua dei principali competitor mondiali dando così una forte spinta anche all'integrazione sociale.

 




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