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di ROBERTO BARDUCCI
"Al summit di Damasco è rimasto solo il nome", così ha titolato in prima pagina il quotidiano saudita, Arab News. Sono, infatti, mesi che il Segretario Generale della Lega Araba, Amr Moussa, cerca senza risultati di dare un alto profilo al vertice dei paesi arabi previsto per il prossimo week-end. Ma dopo l'Arabia Saudita, anche l'Egitto ieir ha deciso di boicottare il summit, inviando solo rappresentanti di basso profilo. E dopo pochi minuti l'annuncio del Cairo, è arrivata la notizia che anche il Marocco, la Giordania e il Libano disertereanno il vertice.
La notizia del boicottaggio non arriva certo inattesa ed è proprio il Libano il punctum dolens della vicenda. Il paese, infatti, è da quasi due anni in una profonda crisi politica. Ma è dallo scorso Novembre - quando il presidente Emile Lahoud, filo-siriano, si è dimesso - che il Libano non ha un presidente della repubblica. E la sua elezione sembra protrarsi all'infinto.
Lunedì scorso, infatti, il Presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri (filo siriano), ha annunciato per la diciassettesima volta che la seduta per eleggere il nuovo presidente era stata rinviata al 22 Aprile. La causa sembra essere sempre la stessa: nessun accordo tra la maggioranza parlamentare, le Forze del 14 Marzo appoggiate dall'Occidente e dall'Arabia Saudita, e l'opposizione degli Hezbollah e Amal, sostenuti da Siria e Iran.
Eppure solo due mesi fa, sembrava che la crisi fosse terminata. Dopo un lungo braccio di ferro, la parte filo-siriana, aveva proposto la candidatura del generale Michel Suleiman. A sorpresa le forze del 14 marzo avevano dato il loro accordo. Ma a quel punto i pro-siriani, contando anche sull'influenza del Presidente del Parlamento Nabih Berri, sciita di Amal, avevano cambiato idea. Hanno impedito nuovamente l'elezione del Presidente, che secondo la Costituzione libanese deve essere un cristiano maronita, e riproposto il generale Michel Aoun, da tempo schierato con Hezbollah.
L'Arabia Saudita, che ha ricostruito il Libano aiutando l'ex premier assassinato Rafiq Hariri, sembra pertanto essere stanca delle intereferenze siriane. "Riyadh è sicura che Damasco voglia rioccupare il Libano creando nuove instabilità - spiega a Europa Pierre Akel, intellettuale libanese a Parigi - E teme che Beirut possa essere poi utilizzata dall'Iran per espandere l'egemonia sciita".
Secondo il quotdiano saudita con base a Londra, Asharq Al-Awsat, infatti, "l'unica porta d'ingresso" per la rivoluzione khomeinista è la Siria, una volta affermato il potere sopra il Libano. "Nonostante i sorrisi di Ahmadinejad - sostiene il giornale saudita - Il regime iraniano non esita a giocare tutte le sue carte per estendere la sua influenza su tutta la regione attraverso Damasco".
Il blocco sunnita, Arabia Saudita-Egitto-Giordania, appaiono pertanto decisci a impedire che questo scenario possa accadere. E così assieme al boicottaggio, ricordano ai media di volere al più presto il conconvocamento del tribunale internazione a Beirut per indagare sull'assassinio dell'ex-premier libanese Al-Hariri. Damasco pertanto adesso più che mai ha bisogno che il prossimo presidente libanese sia di sicura fede pro-siriana, per impedire che detto tribunale sia creato.
Intanto, dopo che il ministro dell'Informazione libenase Ghazi Aridi ha annunciato il boicottaggio, il ministro degli Affari Esteri siriano Walid Al-Muallem ha minacciato Beirut davanti alle telecamere di Al-Jazeera, dicendo che "Beirut ha perso ogni chance di risolvere il problema". Subito dopo, la risposta del governo Siniora che ha invitato i fratelli arabi a usare la loro influenza per consentire al Libano di "recuperare la sovranità sui propri territori".
Il giornale saudita, Asharq Al-Awsat, intanto, sta preprando la campagna mediatica contro Damasco, attaccando duro. "Tutti i vertici arabi sono sempre stati un fallimento, ma quello di Damasco, sarà il maggior fallimento mai visto - ha scritto Tareq Al-Homayed, direttore del prestigioso quotidiano - In Siria, si vorrebbe organizzare un summit in cui i leader arabi dovrebbero stare ad ascoltare il presidente Bashar Al-Assad dare lezioni di nazionalismo, di unità araba, di resistenza e della minaccia dell'aggressione israeliana, mentre quello che vuole è solo occupare il Libano (...) altro che alture del Golan vuole il Libano".
Nel frattempo, la crisi libanese ha portato il paese sull'orlo della guerra civile. E' in corso il riarmo delle diverse fazioni politiche e non passa giorno che non siano lanciate, da una parte e dall'altra accuse e minacce di ricorso alla forza. Una polveriera che rischia di saltare alla prima scintilla. Si tratta della peggior crisi che il Libano sta vivendo dalla fine della guerra civile durata dal 1975 al 1990. "Le condizioni a contorno della crisi non lasciano troppo spazio all'ottimismo", dice Akel.
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