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19/11/19

Prigionieri in India


Categoria: STILE LIBERO
Pubblicato Giovedì, 19 Luglio 2012 21:56

C’è un aspetto di immagine, di credibilità, di considerazione da parte dell’opinione pubblica internazionale che gli indiani meno condizionati dalla locale cultura cominciano ad avvertire. Di recente un articolo apparso sul quotidiano “Hindu” a firma di due intellettuali giuristi indipendenti invitava al rispetto dei trattati internazionali sottoscritti dalla stessa India in quanto l’intestardirsi nel volere sottoporre a giudizio i due militari italiani accusati di avere ucciso due loro connazionali dava una immagine internazionale dell’India come quella di un paese che non rispetta i trattati sottoscritti.

 

 

In questi giorni la comunità indiana in Italia, che si caratterizza per vertici di livello non inquadrabili nello stereotipo dell’immigrato spiantato e senza qualificazione, si è apertamente ed inequivocabilmente dichiarata a favore della liberazione senza condizione dei nostri militari, decidendo di inviare suoi dirigenti in patria a perorarne le ragioni.

 

Cosa sta avvenendo; quali circostanze stanno provocando questo cambiamento?

 

Nel rispondere a questa domanda retorica, mi sembra corretto precisare che sono parte in causa quale coamministratore del gruppo facebook “Riportiamo a casa i due militari prigionieri”, non il più numeroso tra gli omologhi (oscilliamo al di sopra dei 1.250 membri) ma tra i più agguerriti e meglio organizzati. Il nostro punto di forza è la memoria tecnica dell’ingegnere Luigi Di Stefano, uno specialista in materia, redatta con la collaborazione del tecnico informatico Filippo Anello e pubblicata in italiano ed in inglese in modo da consentirne la comprensione anche all’estero.

 

Uno dei punti di forza di questa “perizia” di fatto, anche se non di diritto in quanto non ufficializzata all’interno di un processo, è l’analisi del cosiddetto “testimone”, come in gergo giudiziario viene definito l’oggetto, nel caso specifico il natante su cui si trovavano i due indiani uccisi da colpi di arma da fuoco, che analizzato in maniera appropriata è in grado di raccontare oggettivamente la storia, lo svolgimento dei fatti senza storture o manipolazioni, di fare appunto da “testimone” attendibile.

 

Appare già al primo sguardo che i proiettili che lo hanno colpito non possono essere stati sparati dalla tolda di un mercantile alto quanto la Enrica Lexie, ma da un natante forse persino più basso. Una evidente traccia sotto il tettuccio di legno della cabina di pilotaggio con solo foro di entrata appare incontrovertibile anche all’osservatore inesperto. L’ingegner Di Stefano ha con una analisi tridimensionale individuato il punto di fuoco. E non basta. Siccome non si può escludere un conflitto a fuoco, frequente nell’area in cui sembra non sia infrequente che i pescatori detengano armi a bordo, una ricerca finalizzata sul testimone avrebbe potuto confermare o smentire l’ipotesi.

 

Cosa succede invece? Il testimone viene dissequestrato e dato in consegna giudiziaria al proprietario in quanto fonte unica del suo sostentamento economico, che ha la brillante idea di smontare motore ed elica, provocando l’imbarco d’acqua e l’affondamento del natante con la conseguenza di cancellare ogni traccia di eventuali spari da bordo e compromettere l’integrità dei fori provocati dai proiettili, quindi un esame rigoroso dei calibri e delle traiettorie.

 

Se a questo si unisce il fatto che gli elementi di accusa sono fantasiosi e a volte completamente improbabili e il proprietario del natante ha cambiato cinque volte versione sullo svolgimento dei fatti, compresa la posizione in mare al momento dell’evento, comunque sempre incompatibile con il coinvolgimento in esso dell’Enrica Lexie e dei militari che si trovavano a bordo, ci si rende conto dell’approccio giudiziaria dei periti e della magistratura indiana.

 

Persino la colorazione del Saint Antony, il natante “testimone”, non corrisponderebbe a quella descritta nel rapporto dei due fucilieri che hanno dissuaso con fuoco in acqua una imbarcazione in avvicinamento con armati a bordo. Sembra addirittura siano state scattate delle foto, di cui si ignora la sorte.

 

Ci soffermiamo solo a questo aspetto, rimandando per gli approfondimenti alla lettura del documento redatto dall’ingegnere Luigi Di Stefano. Non possiamo però esimerci da alcune considerazioni non certo marginali. La prima è che l’India da l’impressione di individuare prima il colpevole e poi di costruire persino con manipolazione prove a suo carico, al limite eliminando quelle a discarico.

 

La seconda è che il governo italiano con l’approccio definito di basso profilo ha di fatto accettato la tesi indiana del coinvolgimento dei nostri militari nell’uccisione dei due indiani imbarcati sul Saint Antony, non entrando nel merito dell’evento, limitandosi solo ad una sterile rivendicazione di giurisdizione, peraltro dinanzi a tribunali indiani affatto terzi, e persino pagando risarcimenti alle parti offese che costituiscono indiretta assunzione di responsabilità. Da questo punto di vista sembra che il basso profilo fosse soprattutto un approccio per avere scarsa risonanza interna della vicenda e causarne il progressivo oblio nell’opinione pubblica nazionale, in modo da non venire disturbati nella ragione di stato che impone di non avere per motivi di convenienza economica dissapori e contenziosi con gli indiani.

 

Sotto questo punto di vista qualcosa è andato in verso completamente opposto, con una inaspettata mobilitazione di una opinione pubblica in genere silente come quella che ha dato vita a omologhi gruppi di pressione, tra cui il nostro particolarmente aggressivo ed organizzato, che di recente può contare anche sul supporto professionale dell’avvocato Giulio Vasaturo esperto in questo genere di affari e con all’attivo persino una condanna dei servizi iraniani per l’omicidio di un dissidente avvenuta proprio a Roma.

 

Infine, lo sbugiardamento mediatico con la diffusione in rete anche in lingua inglese dei documenti sembra creare all’India avvertiti problemi di immagine come i reiterati rinvii del reale inizio del processo lasciano supporre. Se non forniscono prove, peggio se ne forniscono di manipolate rischiano di uscirne con una immagine a pezzi agli occhi del mondo. Al riguardo, la memoria tecnica dell’ingegner Di Stefano non è stata più aggiornata da fine maggio proprio per un intenzionale “gioco di rimessa”, aspettando al varco gli indiani sulla formalizzazione degli elementi a carico.

 

Fosse solo questo forse non sarebbe neppure valsa la pena scrivere questo articolo, sotto taluni aspetti interpretabile come “trionfalistico” verso di noi. Quello che ci ha spinto a farlo - e soprattutto su una testata quale Agenzia Radicale - è invece il caso di due giovani connazionali, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, condannati in primo grado all’ergastolo in India con un processo avviato su pregiudizi a seguito della morte, che sembra dovuta ad overdose, di un altro italiano loro compagno di viaggio.

 

La perizia necroscopica sul cadavere del loro compagno di viaggio, è stata eseguita da un “oculista” che ha sentenziato “morte per strangolamento” senza che sul corpo della vittima vi fossero riscontri in tal senso. Su questa “perizia” si fonda la sentenza della corte indiana, che non ha tenuto in alcun conto, forse non se ne è neppure accorta magari perché nessuno lo ha fatto loro notare, che il pur “miope” oculista aveva trovato riscontri tipici da morte per overdose, in accordo con le dichiarazioni a caldo degli imputati che avevano dichiarato di avere assunto droghe acquistate da sconosciuti spacciatori.

 

Siccome i tre dormivano nella stessa stanza, si è prefigurato un movente passionale.

 

Certamente è stata molto carente l’assistenza legale loro fornita, probabilmente non sono neppure stati. Ma il fatto che appare quanto mai grave è che Tomaso ed Ely sono detenuti in condizioni disumane, persino in precarie condizioni igieniche. Il loro caso sta andando avanti in sordina, con i loro amici forse rassicurati da dichiarazioni generiche e sul fatto che, come scritto in alcuni commenti su internet, l’unica cosa da fare è attendere l’iter processuale su cui il governo italiano non può interferire. L’impressione è che se si può evitare di compromettere ulteriormente il “basso profilo” allargando lo già “spiacevole ed inopportuno” contenzioso con l’India anche a questo caso, per le nostre autorità va meglio.

 

Giorgio Prinzi

 



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