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19/11/19

Le memorie postume di Marco Pannella


Categoria: RIMANDI
Pubblicato Martedì, 22 Novembre 2016 17:13

di Alessandra Arachi

(dal Corriere della Sera)

 

Era forse l’unico titolo possibile per un libro di Marco Pannella. Di certo il migliore: «Una libertà felice», memorie postume di un uomo per il quale non è facile trovare un aggettivo per definirlo senza apparire riduttivi. Sono centottanta pagine che a leggerle di un fiato sembra di sentire la voce del leader radicale, morto il 19 maggio scorso. C’è lo zampino e, soprattutto, la penna di Matteo Angioli in questo libro che è stato scritto quando il brutto male aveva cominciato a far intravedere a Pannella l’aldilà.

 

«Quando Marco ha deciso che un libro si poteva costruire ha voluto che l’anima di quelle pagine restasse soprattutto nel presente», scrive nella postfazione Matteo, l’uomo diventato grande proprio grazie alla guida del leader radicale, da lui conosciuto quando era ancora un ragazzo sui banchi di scuola.

 

Quante voci e quanti pettegolezzi si sono rincorsi nel rapporto tra Marco e Matteo, ma il giovane Angioli ha sempre scrollato le spalle, e anche nel libro racconta senza pudore (e senza malizia) di quando ha diviso il lettone con Marco, con la benedizione di Laura, la donna che nel frattempo è diventata sua moglie e con la quale ha assistito Pannella nella mansarda di via della Panetteria fino al suo ultimo respiro.

 

Memorie postume dove si può sentire l’odore delle sigarette e il dolore per quegli scioperi della fame che Pannella ha cominciato nel 1969 (per la battaglia sul divorzio) e che ha continuato a portare avanti fino alla fine, quando i suoi due tumori lo stavano devastando e Claudio Santini, il medico personale, inutilmente lo implorava di mangiare. Impossibile.

 

 

Dire a Pannella di interrompere uno sciopero della fame era come provare a dirgli di stare zitto, lui che negli ultimi giorni ha voluto rivolgersi al Papa, perché Giacinto detto Marco non ha mai odiato i preti, anzi, li ha amati grazie proprio allo zio prete Giacinto che seppe aiutare sua mamma Andrée, troppo francese e all’avanguardia per poter vivere quieta nella ristretta Teramo.

 

(dal Corriere della Sera

 

 



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