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13/11/19

Turchia: dopo militari, magistrati, sindacalisti, giornalisti, Erdogan arresta 12 parlamentari filo-curdi


Categoria: RIMANDI
Pubblicato Sabato, 05 Novembre 2016 01:34

Nella notte tra il 2 e il 3 novembre, le autorità di Ankara hanno disposto l’arresto di Selahattin Demirtaş e Figen Yuksekdag, i due leader del HDP (Halkların Demokratik Partisi, Partito Democratico Popolare), formazione politica progressista e principale espressione della minoranza curda.

 

La massiccia operazione di polizia, avvenuta nelle città di Diyarbakir, Istanbul e Ankara, ha altresì condotto alla detenzione di altri 10 parlamentari del HDP. Quale misura cautelare, il Ministero dell’Interno ha ordinato l’immediata sospensione della rete internet e il blocco dei social network nelle regioni centrali e meridionali del Paese, dove la presenza curda è più rilevante.

 

Lo scopo delle Forze di Sicurezza è stato quello di prevenire la rapida diffusione della notizia degli arresti, cercando di evitare eventuali manifestazioni di piazza in sostegno dei politici del HDP. Tuttavia, il tentativo in questione è fallito e migliaia di curdi hanno invaso le strade di Diyarbakir ed evidenziato il loro dissenso contro il governo e il Presidente Erdogan.

 

L’operazione di polizia è giunta a poche ore di distanza da un attentato terroristico che ha colpito proprio la città di Diyarbakir, dove un’autobomba ha ucciso un agente e ferito altre 30 persone. Anche se l’attacco non è stato ufficialmente rivendicato, sussiste la possibilità che la responsabilità sia attribuibile al PKK (Partiya Karkerên Kurdistanê, Partito dei Lavoratori del Kurdistan), organizzazione solita attuare questo tipo di azioni ostili contro le Forze Armate e di Sicurezza nazionali.

 

L’arresto dei leader e di alcuni parlamentari del HDP è stato motivato con l’accusa di sostegno, facilitazione e fiancheggiamento al terrorismo, fattispecie di reato parte della normativa anti-terrorismo del 2006 e fortemente allargata con l’approvazione di un pacchetto di disposizioni integrative in seguito alla ripresa dell’insurrezione del PKK e all’escalation degli attentati terroristici da parte dello Stato Islamico (IS o Daesh) del TAK (Teyrêbazên Azadiya Kurdistan, Falchi per la Libertà del Kurdistan).

 

Inoltre la stretta securitaria attorno alle reti terroristiche e ai presunti nemici dello Stato è stata ulteriormente rafforzata dopo il tentativo di golpe del luglio 2016, quando la giunta militare del YSK (Yurtta Sulh Konseyi, Consiglio per la Pace in Casa) aveva provato a rovesciare il governo ed esautorare il Presidente Erdogan.

 

Tuttavia, secondo le opposizioni turche, l’ondata di arresti ai danni del HDP ha una profonda motivazione politica ed attiene alla volontà del Presidente di epurare tutte le formazioni partitiche e le organizzazioni della società civili contrarie al suo disegno personalistico e autocratico.

 

Infatti, negli ultimi mesi, dietro la giustificazione delle misure necessarie a preservare la sicurezza e l’integrità dello Stato, Ankara ha adottato una strategia muscolare nei confronti degli oppositori e una drastica riduzione delle libertà politiche e civili. Inoltre, in risposta alla ripresa della lotta armata da parte del PKK, il governo ha disposto il dispiegamento dell’Esercito in molte città del sud e dell’est del Paese, il quale ha militarizzato un’ampia area del territorio e si è reso protagonista di abusi contro la popolazione civile. L’escalation delle tensioni tra Ankara e la comunità curda ha superato il limite dello scontro tra Forze Armate e PKK, espandendosi a tutti i livelli della società civile e della vita istituzionale. Infatti, in più occasioni, Erdogan ha accusato partiti e movimenti curdi, compreso il HDP, di connivenza con i terroristi, nonostante la loro dichiarata condanna a forme di mobilitazione politica violenta e alla lotta armata.

 

In questo senso, la decisione delle autorità di arrestare i parlamentari del HDP e la progressiva deriva autocratica di Erdogan potrebbero radicalizzare ulteriomente il dibattito politico e far deteriorare i rapporti tra governo e minoranza curda, con il rischio di determinare un innalzamento nel livello di violenza.

 

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