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29/05/22

La verità sulla prospettiva spazio-temporale nell’arte napoletana


Categoria: ARTE E DINTORNI
Creato Lunedì, 08 Novembre 2021 16:41
Ultima modifica il Giovedì, 11 Novembre 2021 18:13
Pubblicato Lunedì, 08 Novembre 2021 16:41

di Adriana Dragoni

 

Non esistono i geni, esistono le idee geniali - mi disse qualcuno. Infatti, colui al quale capita di avere un'idea geniale generalmente è creduto il suo creatore, ma in verità le Muse gli hanno messo in testa soltanto una debole fiammella alla quale lui, che non è un genio, deve dare sostanza, prova e verità. Avere un'idea geniale significa soprattutto dover faticare tanto da sembrare un po' tonto, perché quest'idea esige di essere concentrato esclusivamente su di essa. Per non parlare di quelli che non vogliono accettare che tu, pur essendo fuori dal loro giro, hai prodotto qualcosa d'importante, e contrastano la diffusione della tua faticata idea. E per non parlare del plagio, che è una vigliacca azione delinquenziale, un vero ladrocinio, di cui si può essere vittima.

 

Prendiamo l'esempio de “Lo spazio a 4 dimensioni nell'arte napoletana. La scoperta di una prospettiva spazio-tempo”, un libro che ritorna ad attirare l'attenzione per un recente articolo sulla rivista “L'Alfiere”, che tratta della lunga storia di questa scoperta forse già in embrione molto tempo fa, quando in tanti fummo sorpresi e ammirati  dalla superba mostra del  Settecento napoletano, concepita e organizzata, nel 1979, a Capodimonte, dal compianto Sovrintendente Raffaello Causa, che squarciò un velo sulla verità della Napoli borbonica e suggerì una domanda: perché di tanta ricchezza artistica non si ha in Italia la giusta informazione?

 

Stimolata da questa mostra, guardai con maggiore attenzione l'arte del Settecento napoletano e osservai la particolare composizione delle pitture “di genere” di Gaspare Traversi  (1722/1770), che illustrai al dottore Michele Buonomo, capo della Redazione Cultura  de “Il Mattino” (oggi Direttore  delle riviste “Arte” e “Antiquariato”), che apprezzò molto la mia osservazione ma dovette limitarsi a scrivere, sul suo giornale (23/9/1985), un breve articolo, che intitolò “Va di Traversi”, forse perché era andato di traverso a qualcuno. L'articolo, esaminando le scene di genere di Gaspare Traversi, osservava che attuano “la sottile ironia di porre i personaggi in un uno spazio diverso da quello in cui credono di stare”. È l' osservazione di una visione libera da pregiudizi, anche da quelli spaziali.

 

L'articolo su L'alfiere riporta una bella fotografia della vivacissima “La lezione di musica” di Gaspare Traversi, nell'edizione conservata a Kansas City, The Nelson-Atkins Museum of Art.  Nel ristretto spazio di un salotto, il pittore gira guardandosi intorno e il suo girarsi fa si che i personaggi sembrano muoversi intorno a lui. (il movimento tra due elementi è reciproco: il movimento di A rispetto a B è lo stesso del movimento di B rispetto ad A).

 

La seconda tappa della scoperta è lo studio delle vedute  della Napoli del Settecento e della loro singolare composizione, che mettevo in relazione alla storia di questa città e anche a quella di altri paesi europei. Così ripercorrevo un po' tutta la storia artistico-culturale napoletana e vi trovavo, con l'aiuto della testimonianza diretta delle sue vedute settecentesche, quel filo conduttore che, ai suoi tempi, lo stesso Benedetto Croce diceva di avervi cercato e di non essere riuscito a trovare: il formarsi di una singolare cultura cittadina  e di una singolare visione artistica che giungevano, nel Settecento, alla loro piena maturità.

 

Osservavo che questa visione si differenzia soprattutto da quella visione prospettica toscana, che trovò vasto consentimento in quella parte d'Europa che era stata unita nell'Impero Carolingio e che poi si era sviluppata nelle città comunali. Notavo che la prospettiva toscana, nata, tra il Trecento e il Quattrocento, nella Firenze dei banchieri, si basa sul vecchio spazio teorizzato da Euclide (IV- III sec.  a. C.), uno spazio a tre dimensioni: altezza, larghezza e profondità.

 

Il libro osserva che un oggetto materiale ha tre dimensioni, ma contesta una materialistica concezione dello spazio, cioè il considerare lo spazio come materia, e afferma  che lo spazio reale non è negli oggetti ma è tra gli oggetti. Lo spazio reale, infatti, ci dà la possibilità di muoverci in esso. Lo spazio reale è il movimento. E il movimento consiste nello stare prima in un posto e poi in un altro, cioè ha bisogno del tempo. Per dirla in breve: lo spazio-tempo teorizzato da Einstein è in realtà quello in cui viviamo.

 

Così il vedutista napoletano del Settecento cammina intorno al luogo da dipingere, seguendo un percorso curvo in leggero pendio e sostando in tre punti, da dove ritrae tre vedute, che poi assembla nel suo studio, servendosi di uno specchio curvo. E, voilà, il gioco è fatto: ecco la rappresentazione di una veduta spazio-temporale.

 

Presentai lo specimen di questo mio studio alla sezione napoletana di una importantissima Casa Editrice, che si disse molto interessata. Quindi le consegnai il mio lavoro, insieme alle fotografie di alcune vedute e dei luoghi da queste rappresentati.

 

Questa tappa del mio studio  è testimoniata da un articolo di Beniamino Caccavale, intitolato “Quella veduta prospettica”, comparso (18/6/1989) sul giornale ufficiale della Curia napoletana “Nuova Stagione”, quattro anni dopo l'articolo di Michele Buonomo. L'articolo di Caccavale afferma l'esistenza della prospettiva napoletana  e riporta le parole dell'autrice: “Si tratta della prospettiva di uno spazio curvo e libero e il bello è che essa ... rappresenta quello spazio-tempo che la fisica moderna, con Einstein, ha scoperto e teorizzato”.... e racconta che “il lavoro della Dragoni”, (che, dopo aver letto lo specimen, la Casa Editrice aveva invitato a mandare) era stato consegnato (per gran parte) prima di Pasqua e la seconda parte (con un ritardo sproporzionato, c'era stato soltanto un errore di battitura della dattilografa) “nel giorno di Santa Rita, a cui sono molto devota” (22 maggio 1989). Il fatto è che questo anomalo ritardo era dovuto a una certa mia diffidenza, suggerita da alcuni episodi e dalla continua esasperata insistenza con cui la Casa editrice mi chiedeva di mandare l'intero mio lavoro.

 

Nel frattempo, considerando prossima la pubblicazione del  saggio, mi ero già rivolta a due professori che, dopo averlo letto e ponderato, consegnarono le loro relazioni: il professore del Dipartimento di Sociologia “Gino Germani” dell'Università Federico II Giovanni Persico,  il 24 maggio 1989, e il professore di Iconologia del  Dipartimento di Discipline Storiche della stessa Università Vincenzo Pacelli, il 7 giugno dello stesso anno (entrambi gli scritti appaiono nel libro che finalmente - da un’altra casa editrice - verrà pubblicato nel gennaio 2014).

 

Il professore Persico afferma la modernità di questo saggio osservando che “unisce all'originalità del suo impianto teorico un rigore scientifico sorprendente, in quanto molteplici sono i livelli di approfondimento del tema trattato... trasformando la critica d' arte … strumento di conoscenza individuale e collettiva del reale ... in concezione di vita multidirezionale”.

 

Il professore Pacelli osserva che, nel '700, questo modo napoletano di concepire il mondo “si espresse in un'originale formula geometrica che l'autrice definisce “prospettiva reale” ovvero “prospettiva napoletana”… provocando impensate aperture di mercato ... a ogni opera d'arte e artigianale della Napoli dei secoli passati ... e anche al moderno prodotto made in Naples”.

 

Intanto quello che temevo si avverò: dopo aver tanto insistito per avere tutto il saggio, qualche tempo dopo averlo ottenuto, la Casa Editrice disse che non poteva pubblicarlo. Temendo, insieme ai professori amici, un plagio, ci rivolgemmo a un'importante Fondazione culturale cittadina, suggerendo una rapida pubblicazione della mia scoperta. Il rispettabile Presidente della Fondazione presentò, infatti, il mio lavoro a una diversa Casa Editrice, che lo trattenne per mesi, promettendo di pubblicarlo: una mendace promessa (per una trappola ben congegnata?).

 


 

Ma, nel novembre 1989, la Casa Editrice alla quale nella trascorsa primavera avevo mandato il mio lavoro, pubblicava il volume “Vedute napoletane del Settecento”, con alcuni lampanti strafalcioni e una malintesa scopiazzatura di alcune affermazioni del mio saggio, senza considerare alcun collegamento con la storia e la cultura della città di Napoli e con la sua realtà geografica, che sono all'origine del modo come essa veniva vista e rappresentata.

 

Quindi, pur elencando una decina di pittori del Settecento, autori di vedute omogenee tra loro, negava l'esistenza di una scuola vedutistica napoletana settecentesca, ma  senza ulteriori precisazioni. Niente di grave in verità. Certo, nel plagio c'è, pur senza precisazioni, la mia osservazione che esistono, nella realizzazione della veduta napoletana settecentesca, più punti di vista.  Ma l'autore del plagio non aveva compreso il valore di questa scoperta, il senso profondo della parola prospettiva, nemmeno accennava al suo rapporto con la cultura e la mentalità napoletana e neanche aveva capito bene che cosa stesse dicendo.

 

Infatti, tra l'altro, scriveva che un vedutista napoletano, il modenese Antonio Joli, nella sua veduta rappresenta “Una realtà vista dal di dentro, non fermandosi con l'obiettivo su un solo punto, ma muovendosi e spostandosi di volta in volta perpendicolarmente o lateralmente per cogliere e fissare l'immagine delle cose aldilà delle apparenze... (sic!)” E non comprendeva che la scoperta della prospettiva napoletana non è un fatto locale perché Napoli, che ha la più lunga continuità nel mondo occidentale e che non ha mai voluto conquistare altri popoli con le armi, li ha conquistati con il suo spirito, lasciando la sua impronta nel mondo intero.

 

Ma il tentativo di far risorgere Napoli e la sua vera cultura non era morto. Dieci anni dopo l'articolo di Michele Buonomo, venne pubblicato,  su un interessantissimo numero (il XlX - primavera/estate- anno 1995) di Quaderni Radicali, un mio articolo intitolato “Lo spazio-tempo nelle vedute napoletane del '700”, che, sottolineando la mortificante persistente negazione di una scuola vedutistica napoletana, ribadiva: Le pitture di quella che definisco senz'altro “scuola vedutistica napoletana settecentesca” presentano una particolare composizione e soluzioni prospettiche tali che, benché vengano variamente definite dai critici errori di prospettiva, sono tutt'altro che errori e costituiscono le forme evidenti della raggiunta consapevolezza di una precisa  Weltanschauug cittadina”.

 

E Quaderni Radicali commentava che il mio saggio ha anche il merito di illustrare, con ricchezza di suggestioni, la filosofia e l'anima partenopee e aggiungeva: “In questa interpretazione, riteniamo di ravvedere più di un aspetto congeniale con una visione politica che individua nel Mezzogiorno tutto grandi potenzialità di crescita e di sviluppo, radicate proprio nella sua straordinaria tradizione”. Oggi, infatti, diventa sempre più evidente che non ci si può attardare nella concezione prospettica toscana, razionale e antinaturalistica, che permane nella mentalità occidentale e che ci sta portando alla distruzione del pianeta. È necessario cambiare il nostro modo di pensare, la nostra prospettiva, e adottare quella di uno spazio più vasto che comprenda più realistici sentimenti umani, la “perspectiva neapolitana”.

 

Della varietà di questa prospettiva continuavo a scrivere molti articoli. Umberto Franzese, scrittore, giornalista e noto talent scout, notava alcuni di questi scritti, su Il Domenicale, un prestigioso settimanale d'arte edito a Milano, e volle conoscermi. Poi mi presentò al Presidente della Provincia di Napoli Luigi Rispoli, il quale mi indicò chi avrebbe potuto sostenere la pubblicazione del mio lavoro.

 

È la dottoressa Luisa Festa, Consigliera di Pari opportunità della Provincia di Napoli.

 

La dottoressa Festa mi ascolta attentamente, comprende a fondo la questione e mi dà la possibilità di pubblicare, nel 2014, il libro presso la Casa Editrice Tullio Pironti. Tullio, la cui recente scomparsa è una grave perdita per Napoli, mi telefona soddisfatto, per dirmi che un personaggio importante, ma a me sconosciuto, si è congratulato con lui per la pubblicazione de “Lo spazio a 4 dimensioni...”, che ha indicato su Wikipedia come il migliore libro del 2014.

 

Il libro viene presentato in dieci convegni, con diversi professori delle Università napoletane e salernitane (in primis il noto filosofo Aldo Masullo), quali relatori. 

 

Hanno tutti un pubblico interessato, addirittura entusiasta. Ma la notizia della scoperta è data solo da alcuni commenti su internet ed è pubblicata soltanto dall'Agenzia Radicale,  di Giuseppe Rippa, prezioso scrigno di informazioni, e da Il mondo di Suk, il giornale online diretto dalla preparatissima e solerte Donatella Gallone. Ancora oggi i lettori cercano il libro ma la sua edizione è terminata da tempo. Ebbene: come è stato possibile che nessuno dei giornali istituzionali ne abbia parlato?

 

 

Eppure questo in verità è accaduto. Che cosa ci aspetta dopo la pubblicazione di questo articolo? un altro oscuramento?

 

 



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