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09/12/21

Conte: attacchi sotterranei a Draghi. La parabola di un finto leader in un quadro senza certezze, conversazione di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo


Categoria: POLITICA
Pubblicato Sabato, 12 Giugno 2021 19:52

… Nello scenario attuale, la figura di Mario Draghi è un po’ subita perché in qualche modo attenua il premere dell’UE e rimedia alla montagna di sciocchezze compiute in precedenza: dalla disastrosa gestione iniziale della pandemia agli interventi mancati volti a contenere la seconda ondata, come pure a organizzare decentemente le vaccinazioni… Ecco dunque la figura di Giuseppe Conte, che non è proprio casuale come si è stati portati a credere dal ritratto disegnato dai media. Corrisponde piuttosto all’interfaccia ideale con i settori amministrativi e corporativi, propensi a esercitare il loro condizionamento e controllo profittando dei varchi aperti dalla profonda crisi della politica e delle altre istituzioni, di fatto minate dal generale fenomeno di delegittimazione in atto… Viene fuori adesso, larvatamente, una sottile linea di conflitto tra una serie di soggetti – e non tanto dei residui alogenici dei 5Stelle, quanto di settori dell’establishment identificabili appunto nel partito del Quirinale e in parte del PD – e le linee che ispirano invece Mario Draghi nei rapporti internazionali… Di questo e di altro parla Giuseppe Rippa conversando con Luigi O. Rintallo.

 

 

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Luigi O. Rintallo - Nel dibattito pubblico sui media, sono in tanti a descrivere una situazione di mutamenti e ricollocazioni dei soggetti politici. Si pompa sempre più l’assunzione di guida del Movimento 5 stelle da parte dell’ex premier Giuseppe Conte, sebbene i più avvertiti ne evidenzino in primo luogo i contorni indefiniti in termini di storia personale e politica. Nonostante ciò, tuttavia mi sembra che ancora una volta le vicende politiche vadano interpretate piuttosto nel segno di un continuismo, con tratti restaurativi e di conservazione degli assetti consolidati che condizionano da sempre la nostra Repubblica…

 

Giuseppe Rippa - È proprio il continuismo il vero tratto distintivo italiano: in quanto tale, rispetto al conservatorismo, non possiede una uguale dignità politica. Rappresenta il mantenimento del potere da parte di un certo blocco sociale. Nella storia repubblicana, dal dopoguerra in poi, abbiamo avuto un’azione eterodiretta dei pur necessari partiti che hanno sviluppato un controllo e un condizionamento sulla società italiana. Il ruolo centrale lo ha giocato a lungo la Democrazia cristiana, che ha saputo corrispondere più di tutti allo scenario italiano e ai suoi caratteri di ambiguità. Uno scenario definitosi dopo la caduta del fascismo, fra le perplessità del mondo occidentale ben testimoniate dalla battuta di Winston Churchill, che dichiarava di aver conosciuto 45 milioni di italiani fascisti e 45 milioni di antifascisti, senza averne conosciuti 90 milioni. 

 

Quella battuta rappresenta una fotografia dello stato sociale e culturale dell’Italia, perché ne rivela la natura più vera che si individua appunto nella mancanza di una soluzione di continuità rispetto all’insieme degli eventi storici che la identificano. Con l’ordine di Yalta, fondato sul bipolarismo coatto fra USA e Urss, il sistema dei partiti della Repubblica – ma soprattutto la Dc – si acquartiera entro i limiti fissati dalla funzione protettiva e paternalistica che l’ordine mondiale aveva finito per assegnar loro. Il duopolio fra la Dc e il Pci, maggior partito comunista in occidente, ha così consumato la possibilità di immettere questioni e metodi liberali all’interno dei rapporti tra i cittadini e le istituzioni. Dentro questo assetto di democrazia fittizia, priva com’era di reale alternanza, la conquista del consenso ha fatto ampio ricorso al debito pubblico senza mai porsi il problema del “chi paga”. La democrazia ha dovuto così svilupparsi sotto il controllo diretto del partito di maggioranza relativa, la Dc, con un’opposizione – quella del Pci – che rivestiva un ruolo di complicità.

 

Si sono succedute varie fasi: per oltre vent’anni la Dc ha esercitato a pieno la sua centralità, poi col manifestarsi della sua crisi negli anni ’70, a seguito delle lotte per i diritti civili e la sconfitta al referendum sul divorzio, si è andata lentamente esaurendo la sua capacità di controllo sociale. Dopo la fase della coabitazione conflittuale del decennio craxiano, la distribuzione del debito pubblico che consentiva di preservare la pax sociale è divenuta impossibile da sopportare, a causa dei mutamenti intervenuti nel contesto internazionale e dei vincoli imposti dalla partecipazione all’Europa.

 

A quel punto, per seguire una disamina riassuntiva, vi è stata la parabola di Mani Pulite che è stata favorita dalle privatizzazioni, coincidenti in Italia con la svendita dei beni di famiglia. Dentro tale meccanismo si è realizzata un’accelerazione finanziaria e politica che ha disarticolato il sistema dei partiti e corrisposto, contemporaneamente, alla crisi del mondo comunista.

 

L.O.R. - Da questo punto di vista, la stagione di Mani Pulite va letta anch’essa come un momento di continuismo nel senso della preservazione degli interessi consolidati presenti nella classe dirigente italiana…

 

G.R. - Certo, sia perché non ha promosso alcun vero chiarimento del processo di regime nel Paese (meno che mai nella lotta alla corruzione) e sia perché l’ex Pci, costretto dalla sua congenita subalternità, ha privilegiato il connubio con gli establishment economici e corporativi che di quel processo di regime erano uno degli assi portanti. Non avendo alcuna capacità strategica ed essendo subalterni, gli ex comunisti hanno consentito che la politica abdicasse al suo ruolo e che si portasse a compimento scelleratamente il processo di distruzione di un’area socialista liberale laica e radicale. La sola in grado di rifornire con strumenti adeguati di governo quella base sociale, che il Pci aveva col tempo conquistato nel nostro Paese.

 

Lo scardinamento della prima Repubblica nel 1992-93 è stato possibile proprio perché, sistematicamente, soprattutto il Pci – in consociazione con la Dc – ha aggredito ogni azione che da sinistra in chiave liberale veniva proposta: pensa ai referendum o al tentativo di immettere una serie di temi nell’agenda politica, sempre contrastati per difendere il consociativismo Dc-Pci. Quando la crisi dei partiti è infine deflagrata, ha potuto così inserirsi nello squarcio una soggettività politica che tale non era e non poteva essere. I soggetti protagonisti dell’anti-politica di questi ultimi venticinque anni sono, infatti, generati e alimentati da un sistema informativo sottomesso ai gruppi economico-finanziari e dall’insieme di dinamiche tipiche del ribellismo e di pressioni anche internazionali.

 

L.O.R. - Il Movimento 5 stelle ne è oggi l’ultimo esito e di certo non si può dire che sia stato mai ostacolato od oscurato dal sistema informativo… 

 

G.R. - Contrariamente alla leggenda che lo vorrebbe derivato spontaneamente dal web, 5stelle parte anche con il web, con l’azione messa in piedi da Casaleggio padre, Gianroberto. In realtà, però, è stato sponsorizzato dalle grandi testate informative e dai soggetti finanziari detentori del loro controllo, i quali hanno concentrato sul movimento di Grillo l’occhio di bue dei media sino a farlo passare per un soggetto di cambiamento. Ma un cambiamento assolutamente adattabile e conforme alle finalità di preservazione tipiche del continuismo di cui dicevamo prima.

 

A guardar bene, l’impianto di fondo dei 5Stelle raccoglie tutto il grumo e la vecchia sostanza del sistema democristiano. Non a caso, di fronte al successo elettorale dei 5Stelle, molti democristiani erano ben contenti…

 

L.O.R. - Se ne ha conferma da una serie di liaison particolari dalla Link university di Enzo Scotti, fucina di ministri pentastellati, a certa benevolente condiscendenza dimostrata in più occasioni dal presidente Mattarella, tanto nel 2018 quanto durante la crisi che portò alla formazione del governo Conte bis – che avvalorano questa lettura nel segno del continuismo…

 

G.R. - La stessa ricerca di un accordo coi 5Stelle da parte del PD, risultato – ricordiamolo – dalla fusione fra ex-post comunisti e sinistra democristiana, risponde alla coazione a ripetere le passate strategie consociative, che contraddistinguevano la dialettica Pci-Dc. Del resto, l’egemonia degli stessi comunisti fu sempre parziale e oggi il PD insegue il M5S nelle sue dinamiche qualunquistiche e demagogiche, assecondando ancora una volta scelte iscritte nel continuismo burocratico e assistenziale dei decenni trascorsi, oltre che il giustizialismo.

 

Dopo il 2018, il M5S si trova in un luogo che non gli è proprio dal momento che, pur sponsorizzato da apparati finanziari ed accademici,  in relazione con vecchie volpi della politica democristiana, era pur sempre votato a una vocazione ribellista e di vendetta inadatta a descrivere una qualsiasi prospettiva di reale cambiamento. Lo si è ben visto con il reddito di cittadinanza, che diversamente da quanto avvenuto in Germania o altrove è stato dai 5Stelle riformulato in un puro assistenzialismo che favorisce comportamenti parassitari.

 

Chiuse le urne nel 2018, l’effetto perseguito dalla legge elettorale voluta da Renzi è stato raggiunto, impedendo una maggioranza di governo che scaturisse direttamente dal voto. Quando si perviene all’alleanza fra i 5Stelle guidati da Di Maio e la Lega di Salvini, il capo dello Stato respinge la candidatura di Giulio Sapelli, critico analitico del sistema non so quanto coincidente coi 5Stelle. Sotto questo aspetto è difficile negare come il Quirinale abbia esercitato una funzione maieutica anche nella formazione del primo governo Conte, sostenuto dalla maggioranza composta da M5S e Lega…

 

L.O.R. - Ecco dunque la figura di Giuseppe Conte, che non è proprio casuale come si è stati portati a credere dal ritratto disegnato dai media. Corrisponde piuttosto all’interfaccia ideale con i settori amministrativi e corporativi, propensi a esercitare il loro condizionamento e controllo profittando dei varchi aperti dalla profonda crisi della politica e delle altre istituzioni, di fatto minate dal generale fenomeno di delegittimazione in atto. Più che nel ribellismo, il Movimento 5 stelle che si ricompatta attorno a Giuseppe Conte pare trovare nella connessione col sottobosco degli interessi, molto materiali e concreti dell’economia e delle professionalità burocratiche, la sua caratteristica distintiva…

 

G.R. - Infatti, la base ribellistica e qualunquistica è servita come strumento di raccolta del consenso e ha funzionato da spinta per giungere al governo. Tuttavia il Conte che diventa presidente del Consiglio due volte, con maggioranze opposte tra loro, è cosa ben diversa da quella base di partenza: quest’ultima, non avendo la possibilità di esprimere leader con capacità di governo e di visione, si è affidata alla burocrazia di sistema di cui Conte è espressione. Giuseppe Conte è un avvocato, frequentatore degli studi legati ad ambienti amministrativi e delle società, considerato evidentemente adatto a consumare una fase di transizione. Il Conte che entra a Palazzo Chigi è dunque inizialmente cauto, poi per spinte anche collaterali comincia a raccogliere attorno a sé tutti quegli attori – non provenienti certo dal ribellismo della base – idonei a reiterare il sistema di saccheggio dello Stato e di parassitismo para-pubblico. Il blocco di riferimento rimanda al mondo delle partecipazioni statali, alla cultura assistenzialistica sempre disinteressata al “chi paga”.

 

Quando Conte si insedia, anche grazie alla confusione ed all’assenza di un chiaro indirizzo politico da parte di Salvini, si sente forte dell’appoggio di questi apparati e del beneplacito delle massime istituzioni, tanto da credere di poter esercitare quelle funzioni di supplenza nelle quali si inseriscono i personaggi che hanno tracciato la mappa dell’assistenzialismo pubblico. Da qui la scelta di un Arcuri quale commissario unico, nel momento drammatico della congiuntura post-Covid. Arcuri proviene da Invitalia, una specie di evoluzione deteriore della vecchia IRI e quindi di quegli intrecci di interessi convergenti con quelli delle élites di amministratori, i quali non hanno mai fatto i conti col mercato o con la realtà produttiva e sono preoccupati per lo più di guadagnare spazi di manovra speculativa a scapito delle necessità generali. 

 

Non si arriva ai banchi a rotelle o ai monopattini per caso: vi si arriva perché, nelle more di una gestione degli appalti, ritengono che questi siano filoni nei quali è possibile lucrare sia in termini materiali, sia in quanto apportatori di altri vantaggi. Hanno trascurato che la vicenda della pandemia ha determinato un’accelerazione, al punto tale che dobbiamo domandarci come sia possibile che il PD non abbia compreso, pur provenendo da una storia contenutisticamente comprensiva di quello che è stato il passato, cosa significhi accreditare Conte quale leader di riferimento di future alleanze.

 

Può spiegarsi soltanto considerando il grado elevato di subalternità nel quale il PD si trova, ben manifesto durante il governo Conte 2 e che si è ulteriormente emerso coi tentativi di dar vita a un Conte ter, andati a sbattere contro il muro del ricorso ai voti “responsabili” della moglie di Mastella e della ex segretaria di Berlusconi. Solo di fronte all’evidente impossibilità di rappattumare una maggioranza, il partito del Quirinale deve far ricorso a Draghi, espressione di una realtà che non amano particolarmente ma che meglio può dialettizzarsi con le pressioni finanziarie esercitate dall’esterno.

 

In questo scenario, la figura di Mario Draghi è un po’ subita perché in qualche modo attenua il premere dell’UE e rimedia alla montagna di sciocchezze compiute in precedenza: dalla disastrosa gestione iniziale della pandemia agli interventi mancati volti a contenere la seconda ondata, come pure a organizzare decentemente le vaccinazioni. E giungiamo così all’attualità: dopo aver subito Draghi, si è ora determinata una situazione che vede pian piano Draghi medesimo assumere un ruolo e posizioni che potenzialmente vanno a contrastare con gli interessi che, per semplificare, diremo filo-francesi, dei quali il partito del Quirinale e la passata maggioranza erano garanti. Gli stessi interessi attivatisi nel post-1992, quando le privatizzazioni consegnarono alla Francia ampi settori commerciali e finanziari, in assenza di una qualunque contropartita sul piano di un ruolo geo-strategico italiano.

 

Viene fuori adesso, larvatamente, una sottile linea di conflitto tra una serie di soggetti – e non parlo tanto dei residui alogenici dei 5Stelle, quanto di settori dell’establishment identificabili appunto nel partito del Quirinale e in parte del PD – e le linee che ispirano invece Mario Draghi nei rapporti internazionali. 

 

L.O.R. - L’insistenza mediatica nel rivestire Giuseppe Conte di un ruolo di leadership politica non può interpretarsi come il tentativo di dar forma a un contrasto verso il nuovo governo?

 

G.R. - Ho qualche dubbio che ci si possa spingere fino al punto da minacciare la sopravvivenza del governo Draghi. Vogliono piuttosto alzare il tiro. È comunque evidente che Conte è un leader “costruito” in laboratorio, tant’è lo si può smontare sia come soggetto politico perché non ha mai fatto niente di politicamente rilevante in vita sua, sia come uomo di governo visto che ha dato il massimo di sé soltanto in termini di rinvii e di fuga dalle responsabilità, senza mai dare soluzioni concrete ai problemi come ben dimostra la vicenda di ASPI conclusasi con il sorprendente vantaggioso regalo per la famiglia Benetton.

 

Assodato che il M5S come associazione partitica non esiste, risultando dalla sostanziale truffa della fantomatica democrazia diretta realizzata attraverso il web, Conte sarebbe leader di questo. In tal senso il Conte leader è solo un’invenzione, letteralmente devastante. Sarebbe davvero da pazzi sabotare l’attuale governo, una volta che questo ha riguadagnato una posizione non subalterna in Europa e garantito un approdo per l’uscita dall’emergenza attraverso il piano vaccinazioni approntato dal neo-commissario generale Figliuolo. 

 

L’insistenza a cui ti riferivi, la spiego piuttosto con il tentativo di riposizionarsi in vista del voto amministrativo nelle grandi città. Un voto che sarà un punto di demarcazione importante. La fazione governista dei 5Stelle ha la necessità di non lasciarsi sopraffare dal PD, il quale da parte sua non sa che fare e si muove in uno stato confusionale, già devastante con Zingaretti ma che è ancor più privo di sostanza con Enrico Letta.

 

Come si può pensare di riproporre Conte come presidente del Consiglio? Per quanto mi riguarda, penso che in una logica di tenuta del Paese quello che va assolutamente scongiurato è il ritorno di Conte e di tutto il caravanserraglio degli Arcuri e Casalino. Bisogna chiedersi chi dà copertura a una prospettiva del genere, potrebbe darsi che vi sia qualcosa di molto più in alto che rimanda alle preoccupazioni per il voto del presidente della Repubblica. Non dimentichiamo che nel 2022 il prossimo presidente sarà eletto da un Parlamento ampiamente delegittimato di 945 rappresentanti, anziché i 600 sanciti dal referendum costituzionale al quale ci siamo decisamente opposti ben consapevoli di come rappresentasse l’estremo attacco alla democrazia rappresentativa. A prescindere dalla persona che diventerà Capo dello Stato, la sua elezione sarà risultato di un grave vulnus perché insedierà per i prossimi sette anni qualcuno di fatto privato di adeguata legittimità finanche formale. Cosa che potrebbe portare a gravissime fratture istituzionali…

 

L.O.R. - L’unico modo per ovviare a questo, sarebbe un’elezione che avvenga entro i primi tre scrutini e quindi con il sostegno dei due terzi dei rappresentanti…

 

G.R. - Nelle condizioni attuali, i punti di frattura non sono certo quelli rappresentati dal circuito mediatico. Ci vorrebbe un’autorità morale, che non si intravede finora. Ho la sensazione che lo stesso Draghi vada prendendo consapevolezza di quanto l’Italia sia consunta, dal punto di vista istituzionale perché non si riesce a trovare soluzioni fattuali alle cose. I soggetti investiti di responsabilità pare non abbiano capacità di linea politica, siano essi di destra o di sinistra. Il top della consunzione è stato raggiunto coi 5Stelle. Draghi ha compiuta percezione di questo stato di cose, tant’è che anche nella semantica dei suoi interventi parla per se stesso: pur riferendo di atti governativi, il modo di presentarli è il suo. Non a caso perde il 30% della sua credibilità, quando si associa al governo nel suo insieme. 

 

Siamo dunque in una scenografia alquanto complessa, ma immaginare eventuali crisi di governo mi pare francamente eccessivo. A Conte spetta il ruolo di strumento utile per trovare un accordo fra 5Stelle e il PD, dove il secondo è disponibile a qualunque esito stante la sua natura subalterna. E questo perché non ha risolto al suo interno la questione liberale, rimanendo permanentemente in mezzo al guado. Non a caso oggetto di attacco, in questi giorni, è il ministro di Giustizia e la possibile riforma appena accennata che copre a stento un decimo dei problemi che la riguardano. Ed ancora una volta il PD conferma la sua refrattarietà anti-liberale laddove contrasta i sei referendum radicali. I referendum sulla giustizia hanno, infatti, un contenuto dirompente a salvaguardia dello Stato di diritto che va oltre. Costituiscono una spinta propulsiva importante, così come avvenne con la vicenda Tortora. 

 

L.O.R. - Proprio sulla giustizia ci sarà il nodo impossibile da sciogliere, per cui lo schieramento restaurativo potrebbe essere tentato di far saltare tutto…

 

G.R. - Solo che questo schieramento restaurativo – che si è espresso sul «Corriere della Sera» o attraverso la presa di posizione contraria ai referendum di Letta –  non ha affatto idee chiare ed è capace solo di essere contro. Anche la loro capacità di blocco stavolta ha un problema in più. In passato esercitavano la capacità di blocco con le sentenze ammazza-referendum della Consulta, ma ora la lunga opera di essiccamento degli spazi democratici è sotto gli occhi di tutti. Il che di per sé non esclude esiti ancor più drammatici e gravi, perché stante così le cose il fronte restaurativo deve ricorrere all’eliminazione dei suoi avversari.

 

Non avendo una piattaforma ragionevole, capace di indirizzare il governo delle cose devono bloccare qualunque iniziativa. Senza che nemmeno ci siano ancora le firme a sostegno (la raccolta inizierà a luglio), è bastata la presentazione dei quesiti radicali per spaventarli. Tirano di mezzo l’adesione di Salvini per sabotare i referendum, mentre è tutto da vedere se la Lega contribuirà davvero alla raccolta firme. E del resto non è paradossale che, presentando la Lega come il nuovo fascismo, mentre si trattava di tutt’altro, si è finito per fornire alla base storica della destra erede del MSI quasi il 20% registrato oggi nei sondaggi dal partito di Giorgia Meloni? 

 

Per il prossimo futuro molto dipenderà da cosa succederà con il voto amministrativo. Sarà un voto con ripercussioni inevitabilmente politiche. Quello che più temo è che, una volta presa la prima tranche del recovery plan, rischiamo di non procedere ad alcuna riforma reale. E questo perché non va dimenticato che l’Italia è il Paese del risentimento: essendo lontani dall’azione formale che definisce una società vitale, che è quella appunto del fare, abbiamo soltanto il risentimento dei molti soggetti presenti nelle professioni, nella magistratura e nelle aziende che si contrastano vicendevolmente. Se andiamo a vedere lo screening dei vari personaggi che sono resi pubblici e illuminati dai media – sia il magistrato ministro mancato o il professionista con velleità di protagonismo – non troviamo che risentimento. Di certo non mancano anche in Italia personalità che sono invece capaci di visione e di progetto, ma costituiscono un elemento rischioso per una società che nel suo insieme è ripiegata su se stessa. Per questo chi ha capacità diventa il peggior nemico, che va contrastato a ogni costo.

 

 



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