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17/02/19

Avvitamento ucraino e frammentazione europea


Pubblicato Lunedì, 01 Settembre 2014 22:34
  • Silvio Pergameno

La situazione ucraina appare avvitarsi su se stessa in un pericoloso tunnel senza via di uscita: il tentativo del premier Poroshenko di riconquistare per via militare la piena sovranità nel territorio dello stato, già intaccata dalla perdita della Crimea, è stato caratterizzato da iniziali successi seguiti poi da un sostegno ai ribelli da parte della Russia sempre più pesante e palese di aiuti militari in mezzi e uomini, che hanno messo l’esercito ucraino in condizioni difficili e stanno anche realizzando una pressione nella zona sud del paese verso il mar d’Azov, per ricongiungersi con la Crimea.

 

Putin quindi rilancia con la sua proposta di creazione di uno stato federale, sulla base di una statalità da riconoscere alla zone dove si parla russo, una formazione – a voler pensar male - che, sulla scia dei vecchi metodi di governo comunisti nei paesi dell’Europa orientale, potrebbe essere la premessa per un percorso di completa riconquista della situazione e per proseguire quindi nella politica di restaurazione di una grande potenza eurasiatica russa, che il leader russo persegue.

 

Tuttavia, proprio alcune uscite sopra le righe del presidente russo (posso arrivare a Kiev in due settimane…la Russia è una grande potenza nucleare…) si prestano parecchio ad essere interpretate come manifestazioni di una pesante necessità, per un soggetto in condizioni difficili, di riscuotere consenso stuzzicando gli istinti nazionalistici di tanta parte dell’opinione pubblica. Un tipo di reazione che lascia adito a cattivi pensieri e legittima notevoli preoccupazioni…

 

Il ministro degli esteri Sergej Lavrov si è evidentemente preoccupato per queste dichiarazioni bellicose ed è intervenuto dicendo che la Russia non vuole nessun intervento militare e la soluzione della gravissima crisi deve essere politica. Le colpe naturalmente sono tutte degli occidentali, che danno sempre sostegno alle dichiarazioni di Kiev.

 

Preoccupatissimi i paesi dell’est europeo:la presidente lituana Dalia Grybauskatie dice che la Russia è in guerra con l’Europa, e Donald Tusk, appena eletto presidente del Consiglio europeo, intervenendo a Danzica in occasione del settantacinquesimo anniversario dell’invasione della Polonia da parte dei nazisti, ha detto che esiste il rischio di una guerra e il campo di battaglia potrebbe non essere limitato alla sola Ucraina; anche Angela Merkel, parlando al Bundestag, ha affermato che non siamo di fronte a un conflitto interno all’Ucraina, ma a uno scontro tra la Russia e l’Europa (discorso comunque molto diverso dai precedenti).

 

All’estremo opposto ci sono Ungheria, Slovacchia e Cipro, che hanno ragioni di particolari interessi nazionali per opporsi alla politica delle sanzioni, mentre la Francia è preoccupata per la fornitura alla Russia di due navi da guerra modernissime…

 

Infine, la nuova Alta Rappresentante per la politica estera europea, nell’intervista comparsa sul Corriere della Sera del 1° settembre, ha tracciato un ampio quadro sia sulle modalità di intervento con le quale intende operare nell’esercizio del mandato ricevuto, chiarendone in primo luogo alcune fondamentali premesse, sia soffermandosi in particolare soprattutto sulla questione ucraina.

 

Federica Mogherini è consapevole delle divisioni all’interno europea, ma fa affidamento su una rete di vicinanze e di scambi tra le nuove leve politiche dei paesi membri (mah!), cresciute politicamente dopo il crollo del Muro di Berlino e quindi non condizionate dai lunghi anni della guerra fredda e del dominio sovietico nell’Europa orientale; sottolinea il fatto che la partnership con Mosca oggi per volontà di Putin non c‘è più (la partnership costruita - diremmo - negli ultimi trent’anni mettendo in atto una vastissima rete di rapporti economici e finanziari, in particolare sul piano energetico); denuncia che le opzioni russe di oggi vanno in senso opposto: provocazioni e aggressioni, anche se la partnership con la Russia è nell’interesse di tutti, la diplomazia non ha alternative e le sanzioni ne sono strumento.

 

Mogherini però non spiega con quali strumenti pensa di poter mettere in atto la sua strategia, alla cui base sta una concordia di vedute tra tutti gli stati dell’Unione (soprattutto per l’assenza di un vero governo europeo) e non è un caso che nella ricordate intervista non si sia soffermata in alcun modo sui rapporti con il Consiglio europeo, l’organismo in cui convergono i capi di stato e/o di governo ed è di fatto il luogo dove si decide quel poco che si fa e nel quale il neo-Presidente Tusk troverà non poche resistenze (anche perché la Polonia – fuori dalla zona euro – ma comunque in un’ampia sinergia con la Germania – si è avviata su una strada di buona crescita economica - Pil in crescita tra il 3 e il 4% -, fondata proprio sulla lezione tedesca di bassi salari e di grande dedizione al lavoro e quindi poco incline a prospettive neo-keynesiane e antigoriste).

 

 



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