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19/08/19

La campagna d'Africa di François Hollande


Pubblicato Venerdì, 27 Dicembre 2013 10:04
  • Francesca Pisano

I tempi non sono maturi e in materia di difesa l’Europa non ha ancora una visione strategica comune. Questo è emerso nel corso dell’ultimo Consiglio d’Europa che si è svolto il 19 e il 20 dicembre; sono prevalsi infatti gli interessi economici nazionali e il mantenimento di posizioni ancorate alle sovranità di ciascuno Stato.

 

Al di là di “vaghe dichiarazioni di intenti”, come le definisce Le Monde, non si è arrivati infatti a fissare un programma comune per l’equipaggiamento militare. Se il Regno Unito si è opposto a un incremento del budget per il funzionamento dell’Agenzia europea per la difesa e la Germania si è dimostrata nuovamente riluttante ad impegnarsi sul campo, la Francia continua a premere sugli altri Stati in direzione opposta, mentre non perde occasione per dimostrarsi militarmente attiva nelle zone di conflitto del continente africano.

 

L’ultimo esempio di quanto Hollande reputi necessario portare avanti una strategia per l’intervento si è materializzato sul territorio della Repubblica Centrafricana, in cui sono stati inviati circa 1200 militari, a seguito della risoluzione delle Nazioni Unite che ha autorizzato il supporto da parte francese alla Misca, la forza africana già presente in loco. Ancora una volta, quindi, la Francia ha detto di sì davanti a una crisi politica con conseguenze catastrofiche sul piano umanitario, per intervenire in un’area dell’Africa appartenente in passato al suo dominio coloniale.

 

Nel corso del forum di preparazione del vertice all’Eliseo per la pace e la sicurezza in Africa, svoltosi a inizio dicembre, il ministro dell’economia Pierre Moscovici ha sottolineato che “la Francia deve passare da una posizione di rendita a una posizione offensiva”, promuovendo “offerte innovative”.

 

Lo stesso presidente Hollande ha enunciato i tre principi che dovranno guidare la partnership tra Francia e Africa. Il primo riguarda la “colocalisation”, in base al quale “gli investimenti che verranno effettuati in tutta l’Africa, francofona, inglese, portoghese, araba, potranno produrre effetti in Francia”. Il secondo è “la trasparenza nei meccanismi di assistenza allo sviluppo” e contemporaneamente “trasparenza nelle gare d’appalto”; un rilancio quindi delle relazioni politiche ed economiche che farebbero ritornare nuovamente in uso il termine di Françafrique per identificare i rapporti privilegiati tra la République e le sue ex colonie. Il Terzo principio, poi, è quello “dell’impegno a lungo termine” secondo il quale non “bisogna cercare il ritorno immediato di ciò che è stato investito”.

Il Presidente francese ha inoltre annunciato la creazione di una “fondazione franco-africana per la crescita”, destinata a promuovere “i talenti dei due continenti”.

 

Durante il summit per la pace e la sicurezza in Africa, i capi di stato e di governo hanno anche richiesto una riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per rafforzare il ruolo dell’Africa nell’ambito di un Consiglio allargato. La promozione e protezione dei diritti umani è strettamente vincolata al mantenimento della pace e della sicurezza e, per questo - hanno ribadito le delegazioni partecipanti - intervenire rapidamente in casi di gravi violazioni dei diritti umani può essere uno strumento efficace nella prevenzione dei conflitti.

 

Ma se “l’Africa deve prendere in mano il proprio destino e garantire la propria sicurezza”, per perseguire autonomamente lo sviluppo, come ha affermato di recente il presidente Hollande, è del tutto evidente che la Francia continua a rivestire il ruolo di “gendarme africano” per quelle emergenze che richiedono un “pronto intervento militare” – per dirla con le parole di Marco Moussanet.

 

Stessa politica è stata portata avanti anche durante la guerra in Mali, quando è intervenuta con l’operazione Serval per respingere la pericolosa avanzata di ribelli islamisti dal nord del Paese verso la capitale Bamako. Pure l’ex presidente Sarkozy, leader dell’Ump, ha avuto un ruolo chiave nelle pressioni esercitate a livello internazionale per l’intervento nella guerra in Libia, avvenuto in seguito alla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; così come per il conflitto in Costa d’avorio che ha visto il coinvolgimento in prima linea della Francia. Questa aveva presentato in quell’occasione, insieme alla Nigeria, la risoluzione che venne approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che autorizzava l’uso di “ogni mezzo necessario” alla protezione dei civili.

 

Attualmente le altre basi militari francesi, stanziate in modo permanente in Africa, si trovano sui territori di Gabon, Dakar, Gibuti, Reunion e Senegal; vi è inoltre la partecipazione nell’operazione di peacekeeping in Ciad. Guardando indietro nel tempo, a partire dal 1960, gli interventi della Francia in Africa sono stati oltre 50 e quali che siano state le motivazioni addotte, dalla necessità di porre fine alla strage di civili a quella di arginare la svolta estremista di forze ribelli, una volta terminate le fasi più acute della crisi, l’insicurezza e l’instabilità hanno rappresentato dei risultati certi, oltre al mantenimento di un piede fermo su questi territori.

 

Si rischia di riciclare lo stesso copione ancora una volta, oggi, e quanto saprà approfittarne la popolazione africana è difficile dirlo, oltre il clamore che a malapena si sente sopra le armi.



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