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23/01/20

Regime partitocratico, maledetti politici... ma non solo


Categoria: EDITORIALI E COMMENTI
Pubblicato Domenica, 28 Ottobre 2012 01:24
  • Luigi O. Rintallo

Al 27° Congresso dei giovani imprenditori di Confindustria a Capri, riferendosi al declino che stiamo vivendo, il presidente Jacopo Morelli ha dichiarato: «Via i ladri, gli ignoranti e gli incapaci: è l’umiliazione delle coscienze civili. E chi lavora non è più disposto a sostenere oltre, con le proprie tasse e la propria fatica, larghi strati parassitari che anche adesso… continuano ad erodere denaro pubblico». Morelli ha la stessa età di Matteo Renzi: meno di quarant’anni e le sue parole non possono che suscitare approvazione.

 

La dichiarazione rimane però “zoppa” se non si accompagna alla consapevolezza che la situazione creatasi in Italia e oggi giunta a livelli parossistici, è il risultato ultimo di un concorso di circostanze al quale il mondo imprenditoriale non ha mancato di contribuire. Ovviamente le gradazioni di responsabilità sono molteplici e diverse tra loro, e di certo la giovane età del presidente dei giovani confindustriali lo esonera da colpe specifiche.

 

Tuttavia, in questo modo si solleticano forse le pulsioni qualunquistiche di un facile populismo, ma si allontana la presa di coscienza del processo di regime corporativo che ha contraddistinto la nostra storia.

 

E che non si esaurisce certo con la denuncia dei ladrocini, perché esso si nutre di omissioni e spinte che – tutte insieme – hanno determinato, per esempio, l’abnorme aumento del nostro debito pubblico. Non risulta che il mondo delle nostre imprese si sia sbracciato più di tanto per limitarne la crescita; così come, ancora oggi, da quello stesso mondo non proviene una reale volontà di superamento delle logiche strettamente corporative che ritardano il delinearsi di una società libera.

 

Una critica seria dei guasti italiani andrebbe affiancata dalla presa d’atto che, per affrontarli davvero, si dovrebbe riconoscere come le difficoltà risiedono nel fatto che viviamo in quella “società delle conseguenze” tante volte descritta e che oggi ci attanaglia col suo ginepraio di interessi. Soltanto una visione chiara delle origini del male consente di avviare una cura.

 

Altrimenti, si continueranno a confondere gli esiti ultimi di un processo degenerativo con le sue cause. Auguriamoci che, leopardianamente, cominci a configurarsi questo tipo di “eroismo” anche fra gli emergenti, tanto nella politica che nell’economia italiane. In caso contrario, si ripeteranno stancamente scenari già vissuti.



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