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24/08/19

Da Tsipras a Macron: Zingaretti fermo al palo


Pubblicato Venerdì, 22 Marzo 2019 17:45
  • Luigi O. Rintallo

Nonostante l’impegno profuso, testimoniato dalle condizioni della camicia al termine dell’intervento, il discorso di investitura del neo-segretario del PD, Zingaretti, non si può dire che abbia impresso un qualche segno di novità, confermando piuttosto che stenta a profilarsi nel maggior partito di opposizione una identità capace di staccarsi dai limiti che lo hanno caratterizzato sin dalla sua nascita con la fusione a freddo tra democristiani di sinistra e post-comunisti.

 

In definitiva, siamo sempre lì: alla stanca riproposizione della strategia consociativa, in assenza però della necessità e del peso politico che distinguevano gli anni Settanta del secolo scorso. Né il nuovo segretario ha mostrato di dedicare una più approfondita analisi sulle ragioni che hanno condotto al calo di consensi, registrato dopo la parabola della gestione del partito da parte di Matteo Renzi.

 

La stessa parola d’ordine lanciata all’assemblea del PD – “da Tsipras a Macron” – la dice lunga sullo stato dell’arte dentro il partito. In sostanza un pastrocchio, dove si può trovare di tutto tranne una chiara consapevolezza degli obiettivi che si dovrebbero perseguire una volta dissoltesi le illusioni del globalismo così come erano state prefigurate a partire dal clintonismo e blairismo.

 

Colpisce che Zingaretti si collochi sulla scia del campione del sovranismo americano, Steve Bannon, nella critica del liberismo – da lui definito “becero” – e contemporaneamente voglia caratterizzare la sua parte come alternativa al sovranismo populista espresso in Italia dalla Lega di Salvini.

 

Invece di prendere atto che l’errore commesso dai democratici – in Italia come altrove – è consistito nella subalternità alla finanziarizzazione dell’economia, tutt’altro espressione di una concezione liberale ma, al contrario, ultimo stadio di un autoritarismo di fondo, Zingaretti si arrocca sul fronte “sociale” e delle degenerazioni in atto dà la responsabilità alle idee liberali.

 

Più riformismo invoca, ma in che cosa consisterebbe? Nel rincorrere i 5Stelle nell’assistenzialismo? Nel pretendere di separare ancora una volta la distribuzione dalla produzione di ricchezza? In Italia, il cambiamento di cui abbiamo bisogno è tutto nel senso di una “rivoluzione liberale”, visto che la nostra storia è caratterizzata dalla presenza invasiva di burocrazie statali e assetti corporativi, ereditati dallo Stato fascista e che il consociativismo repubblicano si è guardato bene dal rimuovere.

 

Ugualmente insoddisfacente è risultato l’invito a soprassedere dall’approccio ideologico, visto che non una parola è stata pronunciata sui guasti che la post-ideologia del “politicamente corretto” ha comportato, con la sua manipolazione deformante che ha contribuito non poco ad allontanare il PD da quella percezione della vita che pure Zingaretti ha evidenziato nel suo discorso.

 

In ambito europeo, lo slogan “da Tsipras a Macron” è quanto mai ambiguo: entrambi i leader, quello greco e francese, non evocano certamente un modo nuovo di intendere l’Europa. Finora l’UE si è contraddistinta più che altro per certificare l’inesistenza di un suo ruolo sulla scena mondiale, come dimostrato del resto dall’evanescenza di Federica Mogherini  quale commissario alla politica estera.

 

Se pure i pronunciamenti dell’Eliseo possono andare nel senso di una presa di coscienza di questa situazione, resta il fatto che il presidente francese non pare davvero d’essere in grado di imprimere una svolta. Lo frena il velleitarismo insito nella pretesa a esercitare un ruolo “nazionale”, che mal si concilia con gli equilibri delle forze in campo.  

 

 



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