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15/10/19

Le scarpe spaiate di Achille Lauro


Categoria: EDITORIALI E COMMENTI
Pubblicato Lunedì, 04 Febbraio 2013 15:31
  • Andrea Spinelli Barrile

Nominato Cavaliere del lavoro per meriti industriali il 15 novembre 1938 (anno di leggi razziali in Italia) l'armatore sorrentino Achille Lauro è stato forse il primo politico delle "proposte shock": consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, amico intimo di Galeazzo Ciano e presidente del Napoli calcio, nel secondo dopoguerra Lauro si è gettato a capofitto nel mondo della politica per risollevare le sorti di un paese, l'Italia, all'epoca povero e disgraziato sotto la minaccia comunista proveniente dall'est.


Erano gli anni della Tammurriata nera e dell'arte di arrangiarsi, erano gli anni di una Napoli aperta come mai lo era stata al mondo, stravaccata nel Golfo in attesa di cibo, automobili, sigarette, dollari e polli da spennare; erano gli anni in cui la pancia della città più bella del mondo era nei vasci (i Bassi) raccontati all'Italia intera dalla magia teatrale di De Filippo e dai sogni cinematografici di De Sica.

 

Quelli di Achille Lauro erano gli anni della ricostruzione dopo il declino: nel Partito Nazionale Monarchico dal '46 al '54, poi tra i Monarchici Popolari fino al 1961 e nel 1972 nelle fila del Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale, Lauro ha rappresentato un pezzo di storia politica della città di Napoli, della Regione Campania e del Parlamento Italiano.

 

Amato e discusso, Lauro pensava che, nel bene o nel male, l'importante era far parlare di sè: trasferì il modello vincente della flotta Lauro (la compartecipazione agli utili dell'azienda da parte dei lavoratori) in politica, cercando (riuscendoci) di far rinascere quella destra ormai lontana, dopo i nefasti mussoliniani, dalla politica che conta; attraverso il recupero dei valori che oggi definiremmo "non negoziabili" (religione, famiglia, patria), Lauro combattè lo spauracchio comunista con veemenza "nel rispetto di una tradizione cristiana, occidentale e liberale", auspicando il ritorno di un potere monarchico e urlando alle riforme istituzionali come necessarie.

 

Achille Lauro divenne sindaco di Napoli a 65 anni, nel 1952, con 300mila preferenze, l'anno successivo alle politiche ne ottenne 680mila alla Camera: numeri mai raggiunti da nessun candidato prima di lui, che rappresentano il raccolto di promesse elettorali "shock".

 

O' Comandante, il soprannome che Lauro si era guadagnato da armatore, faceva campagna elettorale dentro la pancia del popolo: i mitici banchetti in cui si distribuivano pacchi di pasta da 1kg sono ancora una leggenda popolare a Napoli, così come le banconote tagliate a metà e i dollari di piccolo taglio distribuiti alla cittadinanza. Achille Lauro faceva politica "con le scarpe spaiate": distribuiva ai comizi centinaia di scarpe sinistre e finiva il paio consegnando le destre solo dopo il voto; nelle sue arringhe elettorali Lauro prometteva di avviare il "vero motore dei meridionali: l'edilizia".

 

L'operato del sindaco Achille Lauro lo si può vedere ancora oggi: la facilità con cui O'Comandante bypassava le procedure burocratiche, monetizzando il regime di stato d'emergenza per le opere pubbliche (da deputato fu nella Commissione Trasporti) arricchiva pochissimi napoletani ma garantiva reddito per l'intera città, sbalordendo i giornalisti e i politologi dell'epoca che, giunti da Milano e da Roma a Napoli, non riuscivano a comprendere il successo di Lauro, sottovalutando l'aspetto principe della sua politica: il consenso.

 

I napoletani ammiravano Lauro come un Messia venuto dalla penisola sorrentina per riscattarli delle angherie e dalle difficoltà della vita, da decenni di unità nazionale che aveva impoverito il sud: Lauro, forte della sua immensa ricchezza, stravolgeva le regole burocratiche rendendosi pazzo agli occhi del nord quando anticipava di tasca sua stipendi pubblici e spesa corrente: erano i soldi a metterlo al di sopra di ogni sospetto.

 

Diventò editore per permeare anche quella borghesia più "alta", riuscì persino a convincere qualche comunista e successe a se stesso nel 1956 dopo aver dichiarato in piazza Plebiscito: "Consacro gli anni che mi restano alla causa di questa nostra Napoli". La stessa Napoli oggi schiava di se stessa e della sua drammatica storia recente.



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