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25/04/19

Aziende decotte comprate dallo Stato, la 'geniale' idea anni 70 di Susanna Camusso


Pubblicato Giovedì, 23 Agosto 2012 18:22
  • Ermes Antonucci

Un probabile fattore positivo delle crisi economiche, come quella attuale, – si dice spesso – è quello di indurre ad una maggiore razionalizzazione delle scelte in campo economico, e soprattutto, evitare (o quantomeno provare a farlo) gli errori del passato.

 

Non si colloca su questa linea, evidentemente, la segretaria della Cgil Susanna Camusso, che sulle pagine dell'Unità giorni fa ha lanciato una proposta ancien regime: “Lo Stato intervenga comprando quote di società, per poi ricollocarle sul mercato a crisi passata. Oppure finanziando direttamente progetti industriali che ci consentano di mantenere in Italia settori fondamentali”.

 

Uno striminzito e riduttivo intervento, gettato lì senza particolari argomentazioni e dunque presentato come indiscutibile ricetta anticrisi. La via della salvezza, secondo Camusso, sarebbe l’acquisto da parte dello Stato italiano di quote delle aziende private in crisi, in una sorta di riesumazione della vecchia Iri.

 

Un preoccupante salto nel passato, insomma, quello in cui lo Stato accoglieva sotto la sua ala protettrice interi settori dell’economia foraggiando l’enorme debito pubblico e allo stesso tempo generando una colossale macchina statale di stampo assistenzialistico-clientelare (da rimuovere, con un colpo di spugna, “a crisi passata” si badi!).

 

Una visione assolutamente al di fuori della realtà attuale, che vede gran parte dei governi europei – e non solo – lottare con una crisi incentrata proprio sul debito pubblico e la sua sostenibilità. I tremendi piani di austerità, fondati sul taglia e cuci, ne rappresentano la diretta conseguenza.

 

Ma una cosa interessante, come fa notare Stefano Menichini, direttore del quotidiano Europa, è che “nessuno dei keynesiani interpellati dall’Unità accoglie la proposta Camusso”. Sapelli, Berta, De Cecco, tutti ripiegano su una trincea che è diventata, alla fine, il vero oggetto del dibattito: che lo Stato recuperi iniziativa di investimento e d’impresa per promuovere settori industriali fortemente innovativi, lì dove i privati non possono o non hanno il coraggio di rischiare. Insomma: inversione di tendenza e politica industriale, sì; tornare al salvataggio delle aziende decotte e alla lottizzazione politica dei cda, no”.

 

Proprio Giulio Sapelli, docente di Storia Economica all'Università Statale di Milano, bocciando la proposta Camusso ha spiegato: “L’idea dello Stato che prende il timone di aziende alla deriva appartiene ad un passato neppure recente. Non è pensabile, per capirci, dare vita ad una nuova Iri, quella che nel pieno della Grande crisi fra le due guerre salvò fabbriche e banche dal fallimento, creando allo stesso tempo i presupposti per la creazione di vari "carrozzoni" assistiti ed infiltrati dalla politica che tanti danni hanno fatto al Paese nei decenni successivi. Con questo non voglio dire che il governo si debba girare dall'altra parte rispetto alle società in difficoltà, ma gli strumenti per intervenire sono altri”.

 

Una proposta, quella di Camusso, ritenuta da più parti ingenua e pericolosa. Pensare che ad avanzarla sia stato il principale sindacato del Paese, e che Stefano Fassina – responsabile economico del Pd – la condivida e la definisca “uno dei tanti strumenti a disposizione”, rende chiara tutta la gravità della questione liberale nel centrosinistra italiano.



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