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19/05/22

Stateless. Una serie tv che racconta in modo nudo e crudo l’immigrazione


Categoria: TELEVISIONE
Pubblicato Venerdì, 26 Novembre 2021 18:03

di Maurizio  Musu

 

Nel palinsesto culturale della cinematografia del nostro tempo un ruolo di riferimento lo rivestono le serie tv, fra queste, la Casa di Carta eSquid Game raccolgono oltre che consensi e plausi una folta schiera di imitazioni e rappresentazioni di varia natura. 

 

In questo entusiasmo generale un ruolo centrale è rivestito dalle "maschere e dalle divise", le quali, assunte come simboli e icone di identità e uguaglianza sociale rappresentano, al contrario - secondo una personale visione -, una distorsione e mistificazione culturale della realtà, la quale, lungi da simili egualità, pone in essere la disuguaglianza come elemento divisorio e distintivo. La stessa realtà pone in evidenza quanto il sistema così raccontato sia una vuota cornice di appartenenza identitaria ma è altresì una necessitante coabitazione di esigenze e affinità differenti.

 

La tanto agognata uguaglianza diventa per questo un cimelio illusorio e cacofonico. 

 

Perché nel vivere quotidiano, disuguaglianze e frammentarietà culturali sono espressione di un humus irto di spine e meticce combinazioni dai contorni non sempre chiari. La stessa toponimia delle città appare sempre più disadorna da assiomi definiti. 

 

Il Paradosso dell'uguaglianza non ha avvicinato la Periferia al Centro ma bensì ne ha rimarcato ancor più e in modo importante le identità; l'utopia delle maschere è consumata nei clichè di paradigmi liquidi e insostenibili a breve e lungo termine perché non suffragati da un reale principio di identità. 

 

E non potrebbe essere diversamente. 

 

In questo scenario si inserisce la serie tv Stateless (Netflix), tradotto letteralmente come Apolide, di e con Cate Blanchett; una miniserie di sei episodi che, prendendo spunto dalla storia vera di Cornelia Rau - nata in Germania, con un permesso di soggiorno permanente in Australia è affetta da schizofrenia. Fuggita dall’ospedale psichiatrico, nel marzo del 2004, nel quale era ricoverata, si ritrova, dopo una serie di vicissitudini, nel centro di detenzione, dove è ritenuta un'immigrata irregolare.

 

Grazie ad un reportage giornalistico, prenderà l'avvio di un'inchiesta governativa che porterà all'emersione di oltre duecento casi di detenzione illegale - (nella serie sarà Sofie) –; la serie racconta la storia di quattro personaggi, diversi fra loro per estrazione sociale e appartenenza culturale, la già citata Sofie Werner, hostess in crisi dopo essere fuggita da una setta; Ameer, rifugiato afgano in cerca di asilo politico; Cam Sandford guardia del centro; Claire Kowitz inviata per indagare sui metodi lavorativi del centro. 

 

L'eccezionalità della loro situazione porterà alla nascita di inattesi legami umani.

 

Tutti gli abitanti della struttura saranno loro malgrado, prigionieri del centro e del sistema, intrappolati in uno spazio/tempo decontestualizzato dal resto della vita e del mondo. Tutto continuerà a scorrere ben oltre e ben al di là della recinzione.

 

Al suo interno, gli abitanti non indosseranno nessuna divisa tanto meno maschere, i volti saranno ben visibili, gli abiti distiniti, ma ognuno di essi (uomini, donne, bambini) sarà privato del proprio nome, della propria identità; il passato diventerà una terra straniera - per ritornare poi come un fardello -, verrà meno la libertà, saranno strappati agli affetti, ma non alle emozioni. Per loro, il campo di detenzione diverrà un centro di privazione umana.

 

Responsabili e Responsabilità saranno evidenti agli occhi dello spettatore. Gli immigrati diventano sempre più figuranti di un sistema burocratico in cui l’unico elemento identificativo diventerà, giocoforza, un codice alfa numerico intrappolato all'interno di un cassetto scarnificato al necessario, all'utile e alla difesa del territorio della comunità. 

 

I diritti fondamentali, sottesi alla sospensione del tempo, diventano l'atto dimostrativo e regolatore, a discrezione dello Stato ospitante.

 

L'attesa diventa elemento di congiunzione fra  domanda-speranza-obiettivo. 

L’ostracismo della burocrazia pone i migranti a scelte drammatiche ma le uniche possibili e non sempre accettabili in termini di qualità della vita. 

 

Al pari della Legge, la prigionia non ammette ignoranza, perché mentire o omettere parte della verità significherebbe ricevere il foglio di via senza ritorno o peggio il lasciapassare verso l’inferno del Paese d'origine dove, le opzioni di vita si ridurrebbero ad una morte certa o una prigionia senza fine pena.

 

È nell'inganno dell'attesa che si consuma la speranza di essere accolti. L'immigrato è spinto a sostenere e contenere tensioni, cadute, sospensioni del tempo.

La caduta verso l'abisso, il fallimento della richiesta di asilo, è opzione non preventivata né ponderabile.

 

Stateless diventa così la rappresentazione mefistofelica della ricerca della libertà ad ogni costo. 

Alla gioia della fuga dai Paesi d’origine fa riscontro la frustrazione di non essere accolti. 

Allo stesso modo la delusione della fuga dal centro di detenzione è il termine ultimo della frustrazione del detenuto. 

 

È il nichilismo della detenzione! - che si scontra da una parte con l’orda della cupidigia del denaro da parte degli scafisti e dall'altra con le rigidità delle Regole della burocrazia del paese ospitante -.  

 

Tutto è vivisezionato minuziosamente attraverso una lente di ingrandimento, in un percorso a ritroso che conduce i burocrati (e lo spettatore) ad addentrarsi in quelle vite appese alla paura di non essere accettati.

 

È questo il significato ultimo dell’approdo in uno stato Democratico? le libertà individuali - prerogative dell’individuo in quanto essere umano ! - devono essere poste al setaccio per ottenere conferma? Chi controlla cosa deve valutare

 

Lo spettatore conosce gli eventi ma presto si rende conto che quegli episodi,  accaduti e vissuti prima della partenza, acquistano una nuova forma. La realtà diventa una verità scomoda e ingombrante dalla quale sarà difficile uscire, perché incontrovertibile.

 

È il giogo appeso sul collo dell'imputato. 

 

La verità assumerà i contorni di una carta velina stropicciata ed abusata, in cui le  sembianze del vero si apriranno al gioco delle apparenze discordanti agli occhi di chi avrà il compito di giudicare l’idoneità o meno al lasciapassare. 

 

È il confine impietoso imposto dalla ricerca che la Legge impone ai suoi addetti perché l’ingresso di soggetti non conformi alle regole della comunità sarebbe un reato contro la Legge.

 

Nell'incavo degli sguardi indagatori si scorgono lacrime e patimenti, ma al burocrate non è chiesta comprensione, bensì il rispetto delle norme vigenti -  Il principio all'umanità è sospeso e sotteso alle regole d'ingaggio del Paese ospitante! -. 

 

In questa selva oscura fra diritto e norme, in cui un padre è strappato alla figlia, lo spettatore parteciperà al dramma collettivo dei migranti. Se ne sentirà parte!

È Il principio umanità!

 

Le scene incalzano così come la drammaticità degli eventi, ogni singolo personaggio è posto davanti a scelte dalle quali non potrà più sfuggire, ciascuno con il proprio carico di ragioni ed emozioni, ognuno inchiodato al proprio destino legittimato dalla volontà di non soccombere all’altro e alla caducità della vita.

 

Sarà questo il vero punto di contatto dell'intera trama, attraverso il quale ospiti e ospitanti, così come lo spettatore, dovranno cimentarsi nel dedalo delle motivazioni verso una scelta o l’altra, in cui, ragione e sentimento dovranno, per forza di cose, incontrarsi per stabilire un ipotetico confine ragionevole, accettabile, condivisibile.

Umano

 

Ed è su questo aspetto che sarà concentrato l’intero palcoscenico della trama delle serie.

 

Lontano da egualitarismi mascherati, privo di giudizi etico/morali di qualsivoglia Pensiero, Stateless è un racconto crudo e critico su quanto dietro la questione immigrati si sia lontani da soluzioni umanitarie e umane, anche là dove libertà e democrazia appaiono un regno incontrastato.

 

 



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