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21/08/19

“Franco Quinto – Commedia di una banca”


Pubblicato Giovedì, 04 Ottobre 2012 00:32
  • Anna Concetta Consarino

A destra l’insegna luminosa di un caffè; a sinistra l’insegna luminosa di un hotel; qualche tavolino; lontano la proiezione dipinta del grande edificio. La Banca. Quasi subito lo spazio viene riempito dai personaggi della vicenda.

 

“Franco Quinto – Commedia di una banca” di Friedrich Durrenmatt, al Teatro studio della Mole di Ancona, racconta le atroci verità nascoste nelle “cantine” di una banca privata.

 

La corruzione, l’imbroglio e la freddezza omicida dominano i protagonisti creando una realtà altra, capovolta.Bene e Male, spogliate del loro originario significato, sono nude parole senza ricordo: è “bene” fare del male per accumulare denaro, è “male” il solo pensiero di compiere un’azione onesta, di mostrare pietà nei confronti dell’ingannato di turno. Nei confronti, anche, di sé stessi.

 

Tutto questo nel piccolo specchio scenico si traduce in una, voluta, quasi mancanza di colore. Il gruppo di attori infatti, grazie ad un interessante spunto del regista Lorenzo Loris, crea una visione grigia, asfissia cromatica, che preannuncia l’umanità omologata nella colpa. Ognuno uguale all’altro. Ognuno capace di diventare il peggiore degli esseri, nel breve lasso di tempo concesso ad una promessa detta. La promessa di ricchezza, condanna al ricatto e alla morte certa, nella giostra di volti dove il singolo carnefice nutre la consapevolezza di poter essere la prossima vittima.

 

Il testo reagisce alla traduzione di Aloisio Rendi senza smarrire la sua bellezza, ma viene tuttavia fortemente penalizzato dalla recitazione ingenua di alcuni attori, i più giovani, rimasta impigliata alla superficiale ripresa di prototipi in preda a nevrosi, piuttosto che maturata dall'analisi profonda del dolore, da cui sarebbe dovuta scaturire la schizofrenica “sottomissione” dei personaggi/persone al terribile stato di cose rappresentato. La musica in questo non aiuta. Tanto efficace nei cori quanto mal gestita nei “recitativi” individuali che mettono in palese difficoltà gli interpreti meno dotati musicalmente, rendendoli goffi esecutori alle prese con l’intonazione non sempre brillante.

 

Nel corso della rappresentazione poi a scene buone si alternano interi quadri scenici in cui il ritmo subisce forti rallentamenti, tali da mettere a dura prova l’attenzione del pubblico, che si sente quasi autorizzato a distrarsi. A rumoreggiare. Spia di allarme dunque per uno spettacolo che se nella prima parte promette bene, con l’incedere dell’azione drammatica si sgretola perdendo di consistenza emotiva: chi guarda assiste al pianto, al riso, al dolore e alla gioia ma inspiegabilmente non ne viene coinvolto.

 

Nonostante il testo dalla grandi potenzialità qualcosa nel meccanismo della rappresentazione si inceppa. Non funziona. E alla fine quello che noi, pubblico, possiamo fare è limitarci a concedere un timido, poco convinto, plauso.



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