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18/06/19

La Sciantosa Serena Autieri al Diana di Napoli


Pubblicato Venerdì, 14 Novembre 2014 02:46

"Ho voluto rileggere in chiave nuova ed attuale il caffè chantant  con un lavoro di ricerca e rivalutazione nel repertorio dei primi del ‘900, da brani più conosciuti e coinvolgenti, quali A tazz’ e cafè"e Comme facette mammeta sino a perle nascoste come Serenata napulitana e Chiove, oggi ascoltabili solo con il grammofono a tromba. Tra una rima recitata e una lacrima intendo riportare al pubblico quelle radici poetiche e melodiche ottocentesche e quei profumi arabi, saraceni e americani che Napoli ha ruminato e restituito al mondo nella sua inconfondibile cifra" - così si esprime Serena Autieri  al Teatro Diana di Napoli con lo spettacolo "La Sciantosa – ho scelto un nome eccentrico", scritto da Vincenzo Incenzo e diretto da Gino Landi.

 

"Ho voluto fortemente mantenere il clima provocatorio e sensuale di quei Caffè - ha proseguito l'attrice -, e ricreare in teatro quel rapporto senza rete con il pubblico, improvvisando, battibeccando, fino a coinvolgerlo spudoratamente nella 'mossa', asso nella manica di tutte le sciantose".

 

Nelle "note dell’ autore" di Vincenzo Incenzo si legge: - "Incontrare la sciantosa e il suo 'nome eccentrico" v'uole dire aprire un baule magico con un immenso tesoro dentro. Vuole dire tuffarsi anima e corpo nell’oceano della tradizione classica e allo stesso tempo abbracciare le radici della modernità. ‘A tazz’ e cafè, Comme facette mammeta, I’ te vurria vasà, prima di essere meravigliose canzoni, sono testimoni e sentinelle di un mondo e di un’epoca da proteggere, di un tempo e di uno spazio in cui germogliano i princìpi tutti della cultura dello spettacolo che verrà. Serena Autieri entra a schiaffo, con i panni di Pulcinella, nei luoghi e nei codici del caffè concerto e del varietà, ed è subito Napoli, arte di arrangiarsi, gioia e disperazione, mare romantico e vulcano incandescente. E’ guerra, colera, miseria ma è anche resurrezione, sorriso, amore. Poi, via la maschera, e d’incanto Napoli è femmina. Una 'mossa', una rima recitata, una lacrima, ed eccole, quelle radici poetiche e melodiche ottocentesche e quei profumi arabi, saraceni, americani che ‘o paese d’’o sole, crocicchio di riferimenti locali e stimoli provenienti da ogni latitudine, ha ruminato e restituito al mondo nella sua inconfondibile cifra. Il pretesto dello spettacolo è la prima grande protagonista di quel mondo, Elvira Donnarumma, 'a capinera napoletana', colei che sovvertì le regole dell’apparire; bassina, tarchiata, ma con una voce che toccava le corde dell’anima. Colei che raccolse i fiori sul palco di Eleonora Duse e Matilde Serao, che rifiutò per spirito patriottico il contratto in Germania, che sfidò la sua malattia ogni sera fino alla morte pur di non abbandonare il pubblico; lei che avvolta dalla bandiera italiana, in precario equilibrio e con gli occhi pieni di lacrime, cantò 'Addio' davanti a tutta Napoli che l’ acclamava".

 

Si tratta di uno spettacolo gradevole, in cui Serena Autieri ancora una volta conferma le sue magnifiche doti canore, nonché l’abilità di vera "show woman", capace di interagire con il pubblico in modo spontaneo, garbato ed elegante, coinvolgendolo con allegria e spronandolo non solo a prendere parte attiva al canto, ma perfino ad alzarsi in piedi per cimentarsi nell’ esecuzione della famosa "mossa".

 

E il palcoscenico a un certo punto sembra non bastarle, allora Serena cerca un maggiore contatto con gli spettatori e così scende tra il pubblico e improvvisa, recitando a soggetto e spazzando via la barriera tra scena e platea.

 

"Gli spettatori - aggiunge Incenzo - diventano parte attiva e memoria di quello che fu, allo stesso tempo. Una sorta di non-sequitur visuale, dove la rottura della convenzione scatena la comicità. Risate, lacrime, riflessioni. Il pubblico è preso a schiaffi e carezze, come quel Pulcinella in incontinenza verbale magistralmente interpretato da Serena a inizio spettacolo, metafora vivente e straordinariamente attuale dell’accavallarsi folle di parole del nostro tempo. É Cafè Chantant ma è anche talent show di oggi, perché cambiano i codici ma non il messaggio. E’ sguardo critico al presente, allo strapotere dell’immagine tritatutto, alla mai troppo considerata meritocrazia, ai valori al tramonto di patria e di famiglia. Ma è soprattutto amore, identità, rivendicazione. É passato che guarda al futuro".

 

Nello spettacolo oltre alla bravura della Autieri, si apprezzano i costumi di Monica Celeste, la vivace presenza del ballerino e mimo Alessandro Urso, l’ abilità dei musicisti del  "Quintetto Popolare Italiano" che hanno interpretato le antiche melodie napoletane.

 

Giovanna D’Arbitrio

    

 



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