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22/04/19

Vittorio Sgarbi, Gli anni delle meraviglie


Pubblicato Lunedì, 19 Gennaio 2015 18:49

"Sto leggendo l’ultimo libro di Sgarbi, è bellissimo e ha magnifiche illustrazioni, leggilo". Guido, il cugino che mi dà questo consiglio, è una persona beneducata e della rozzezza romanesca, vive soprattutto a Roma, ha assorbito solo qualche tratto di una rude franchezza. "A me Sgarbi non sta simpatico, ma devo riconoscere che nessuno come lui riesce a spiegare l’arte che cos’è". Il libro è molto bello e conferma il fatto che pure coloro a cui il personaggio Sgarbi non piace non possono fare a meno di ammirarne la prosa, il sapere, l’essere, probabilmente, a mio avviso, il migliore storico e critico d’arte in circolazione.

 

Lui, forse  per farsi conoscere meglio Oltreoceano, ha fatto scrivere l’Introduzione del suo ultimo libro, Gli anni delle meraviglie (in un solo mese due edizioni), a Furio Colombo, uomo dalle frequenti relazioni USA. Quest’ultimo ha una prosa molto forbita e sosta a lungo su un pensiero come se dovesse spiegarlo a se stesso, per capirlo, a poco a poco, anche lui. La prosa di Sgarbi, invece, è illuminante, chiara come gli è chiara l’immagine, l’idea, che vuole comunicare. Questo lo differenzia di molto dalla maggior parte dei cosiddetti critici d’arte, soprattutto da quelli d’arte contemporanea, che usano un discorso volutamente complicato ed ermetico e sono loro, più che le opere figurative, a spingere i non addetti a dire, rintronati e mortificati, la frase tipica "Ma io di arte non ne capisco". Sgarbi, invece, generosamente si impegna affinché altri capiscano l’arte e ne godano la bellezza.

 

L’ho ammirato, da quando, nelle sue lezioni in televisione, per fare comprendere il misterioso linguaggio di una pittura, aveva paragonato la composizione di questa alla composizione di una fotografia, arte allo spettatore più familiare: un intelligente artificio usato per meglio farsi capire. E in questo caso lui, assertore della razionalità, ma troppo intelligente per essere recluso nel suo astrattismo, aveva usato invece, come avrebbe fatto tante altre volte, la logica spuria della analogia. Ne ammiravo, in TV e nei cd, il movimento espressivo del corpo e delle mani dalle lunghe dita, che dava vivezza alle parole e che conservava la sua eleganza anche quando queste parole, se dette da un altro, sarebbero risultate plebee.

 

Ho comprato il suo ultimo libro e mi sono andata a rileggere con curiosità qualcuno di quelli che mio figlio, da ragazzino, Sgarbi era un suo idolo, comprava e leggeva: Il pensiero segreto, Lezioni private, Lezioni private 2, La casa dell’anima ecc. Allora gli avevo dato solo una occhiata superficiale, ne stimavo l’autore ma all’epoca avevo poco tempo libero, mi interessavano soprattutto la matematica e la storia e non volevo sovraccaricarmi di letteratura.

 

Adesso vi trovavo una persona amichevole, colloquiale, che racconta anche di conviviali serate con pochi amici e di scorribande nella letteratura o in giro per l’Italia alla ricerca del bello nell’arte. Vi scoprivo una persona che prova sinceri sentimenti d’amicizia e l’affetto riconoscente per chi gli ha insegnato qualcosa, soprattutto per il suo maestro, il professore universitario Francesco Arcangeli, che nomina più volte nei suoi scritti, come se, ricordandolo, possa farlo vivere ancora. E mi si dimostrava che la sensibilità di Sgarbi alla poesia e ai suoi ritmi musicali (molto suggestivo il brano in cui parla di D’Annunzio) è la stessa che egli ha per le opere  figurative. Per esempio, scrivendo di una pittura, La tempesta di Giorgione, dirà "Guardandola, non ci si può sottrarre alla sensazione di essere risucchiati dentro: e il naufragar m’è dolce in questo mare".

 

Mi sembra che lui possegga, non so se per sua fortuna, un surplus di vitalità interiore che si esprime in quell’attenzione e reattività al mondo esterno che lo accompagna in ogni situazione. Gli fa captare il senso degli ambienti fisici e delle persone ("ogni casa s’incomincia a conoscere sin dal pianerottolo, che ne trattiene l’odore"- scrive). E gli dà "quello spirto guerrier ch’entro gli rugge", fonte spesso di un’indignazione, a volte esagerata, quasi per dare forza al personaggio Sgarbi, e altre volte sacrosanta. D’altra parte questa irruenza è bilanciata, quando illustra per noi un’opera d’arte, da un eloquio sereno, penetrante e affascinante.

 

Sgarbi è figlio di farmacista, anzi di farmacisti, perché anche sua madre ha fatto questa professione, e mi sembra conservi del farmacista (pure mio padre lo era) quel tipo di osservazione attenta, umile, senza orpelli, che porta alla verità delle cose. Usa questo stile soprattutto ne Gli anni delle meraviglie, il suo ultimo libro, che segue i volumi de L’Italia delle Meraviglie e  può essere considerato il prodotto della sua più riflessiva maturità.

 

Il volume è ricchissimo di illustrazioni di opere d’arte, riprodotte con tecnica raffinatissima, che Sgarbi commenta ad una ad una attentamente, suggerendo al lettore, quasi costringendolo, a seguire il metodo più efficace, ovvero l’unico, per comprendere l’opera d’arte: guardarla, guardarla con attenzione, lasciandosene affascinare, ascoltandola. Perché anche l’arte figurativa parla, a chi la sa ascoltare. Sgarbi lo afferma chiaramente, anche quando riporta (ne La casa dell’anima) lo scritto in cui un altro mostro sacro della critica d’arte, Bernard Berenson, accenna alla gente "che non aveva mai dato retta alle parole confortanti che l’opera d’arte ci può dire o sussurrare".

 

Gli anni delle meraviglie sono quelli del Rinascimento, e di quegli anni il libro tratta soprattutto l’arte dell’Italia centro-settentrionale. Parla dei più grandi artisti italiani, quelli canonici, largamente citati nei manuali, ma vi  aggiunge coraggiosamente, considerandoli alla pari con quelli, altri artisti meno famosi, come Stefano da Putignano, Fra Bartolomeo, Saturnino Gatti o Cristoforo Scacco.

 

Non fa distinzione di generi seguendo schemi precostituiti, trova il bello dove c’è, e innalza all’altare dei grandi anche gli ebanisti Cristoforo e Lorenzo da Lendinara e il miniatore Francesco di Bettino.

 

I lettori guarderanno, seguendo le indicazioni del professore Sgarbi, con lo sguardo stupito di quando erano bambini e un’attenzione amorosa, le immagini create da Raffaello, Michelangelo, Leonardo, dal metafisico Piero di Cosimo, dall’affascinante espressionista Cosmè Tura, dal mitico  Antonello da Messina ecc...

 

E capiranno che l’arte può esprimere dolcezza furore purezza sensualità sogno realismo maternità pace virilità amore sesso peccato santità, il senso del divino e il demoniaco, l’andare verso il cielo e sprofondare… ma è sempre verità e bellezza. Perché la bellezza è verità. E capiranno che quello che lo scrittore ora  gli dona non è il personaggio Sgarbi, con i diverbi, le baruffe e le parolacce, ma è quello che Sgarbi stesso, avendolo cercato tutta la vita, è diventato, immergendovisi, assorbendolo dentro di sé. E’ proprio lui, Sgarbi, quello che ora sinceramente, generosamente gli si dona. Il resto è fuffa. E forse noia.

 

Adriana Dragoni

 

 



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