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27/05/19

POESÌ di Rino Mele. Tripoli, bel suol d'amore


Pubblicato Sabato, 06 Aprile 2019 12:54

“Tripoli, bel suol d’amore” è una canzone patriottica del 1911, l’anno in cui (il 5 ottobre) le truppe italiane sbarcano a Tripoli: “Sai dove sorride più magico il sol? Sul mar che ci lega con l’Africa d’or”. È la retorica bugiarda che farà da sfondo a tutta la nostra tardiva pratica colonialista, iniziata nel 1882, fino al grottesco delirio dell’impero. Ora, insieme alle altre nazioni europee colpevoli di uguali scempi, ne paghiamo un’amara pena.

 

              


 

 

                    POESÌ di Rino Mele

 

 

Tripoli, bel suol d’amore

 

Come un animale nella gabbia che lo stringe,

e gli fa male,

Omar al-Mukhtar fu impiccato il 16 settembre 1933. Graziani avvelenava

I pozzi, nei solchi alti di

sabbia seminava il terrore, la città di Kufra fu spaccata come

una pietra con altra pietra,

legò il deserto al vento col filo spinato, gli uomini imprigionati, distratti

a se stessi, le donne violate. Mukhtar

è impiccato,

rimane fermo nell'aria. I beduini gli giravano intorno da lontano,

sperando si muovesse,

quel poco che è concesso ai morti.

 

Se dal suo balcone il vicino può guardare nella tua stanza,

basta per il tuo odio e l'invidia, la pretesa 

di sottometterne l'ombra.

La Libia ricorda ancora i nostri piedi sul suo cuore, noi

e la Turchia a contenderle l'anima, la nostra impaurita ferocia che seppe
instaurare il terrore. La guerra

si riprodusse come nei frammenti di uno specchio

spezzato, Badoglio e Graziani grandeggiavano in uno stanco arazzo,

i cavalli alti nel nitrito disegnato.

in Cirenaica Graziani inventò i campi di concentramento,

nel Gebel Akdar rimasero vuote

le case. Eravamo appena usciti da una guerra (e il sangue era piovuto

come un diluvio) ed ecco, in assoluta continuità,

riprendevamo il gioco della violenza: la guerra in Libia fu l'orlo alla veste

della prima guerra mondiale, lo tessemmo

mentre il Fascismo si preparava all’idolatria di se stesso: svuotammo e

riempimmo fantasmi,

era la guerra facile, modellava

i pensieri nella violenza teatrale delle marionette col fez, il manganello,

il passo geometrico dello stivale.

Il fascismo nasce da una guerra che termina mentre un'altra riappare e

altro sangue richiama: il dolore

della tragedia, e la farsa della conquista coloniale.

 

Il generale Haftar ora avanza da Bengasi verso Tripoli, le tribù armate e

disseminate, pronte a esplodere, o a lasciare che la storia scorra al

contrario e risalga dal mare.

Nell'Africa martoriata, l'Europa

ha portato la corruzione, disegnato la sua suburra, il mercato

dell'innocenza e del male,

lo strazio. Ora, alza gli occhi al cielo, le braccia,

la voce,

si scorda d'avere insegnato alla vittima a gridare - secondo il ritmo d'uno

strano ballo - un’inconsumata

agonia, il freddo che la colpa nutre e non appare.

  

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

  

Leggi l'intera sequenza di POESÌ

 

 

 

 



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