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19/06/19

POESÌ di Rino Mele. Geometria del piacere


Pubblicato Venerdì, 04 Gennaio 2019 19:16

Il delirante aspetto del tempo, sempre già vissuto, lo sguardo rivolto indietro, prigionieri di un presente irraggiungibile, impedito dalla coscienza. Come quando assistiamo alla proiezione di un film, e sappiamo di vedere quello che la macchina da presa ha già visto prima di noi, e stabilito per il nostro sguardo.

 

 

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POESÌ di Rino Mele

 

 

Geometria del piacere 

 

Guardiamo timorosi che il vicino non superi la linea segnata sul foglio
catastale,
e s'appropri dell'ombra
dell'albero di confine. Dentro il quadrato, una diagonale
crea i triangoli, e nessuno può vigilare la progressiva spossessione

della propria figura. Abbiamo una dimenticata paura

che qualcuno sottragga la nostra integrità: la tratteniamo con una

tessera, un lasciapassare 

che non è il nostro, il nemico 

si nasconde nello specchio, ne esce, mi viene incontro quando mi

guardo, e in quella figura

continua a uccidermi, e la sua mano meccanica colpisce

e non so evitare. La stanza è bianca,

su una sedia di paglia una donna piange, s'addormenta

nel pianto.

Quattro sentieri formano il quadrato, lungo quei solchi 

il predatore si muove inseguito (gli animali di specie dissimili quasi

non si accorgono gli uni degli altri), finalmente esco

dal bosco, mi viene incontro la bocca grande della pianura, in un angolo

c'è una festa, uccidono

un bambino, ne fanno un piccolo dio, aspettano che cresca, morto, fino

a mangiarselo dopo averlo messo su una croce.

Un estenuato combattere con corte spade e ferirsi. La nostra vita

è premuta da fantasmi, ne usciamo ritrovandoci

tra gli stessi

volti, le voci mute dei morti,
le ferite che abbiamo inferto le ritroviamo sul nostro corpo, mentre

mani bianche frugano in esse, compiaciute

di farci male. Come le piccole ruote degli antichi orologi da polso, il

senso di colpa continua a girare

frenetico, a disturbare il nostro sonno col suo flebile rumore.

Solo dove s'inciampa 

è la giusta via, quel sordo cadere, la spezzata armonia che solo un

attimo ti concede il dolore, e sottrae.

Liberarsi dalla ripetizione di un passato

che insiste nel tornare, il vortice

si ripete, gira intorno alle storie e sembra il lavoro del sogno,

quello scivolare e avanzare, il piede che s'arresta

e si pone davanti all'altro per camminare. Oltre il ponte, e prima di

esso, il fiume si solleva e inonda, cancellando le rive.

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 


 

 

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