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28/11/21

I tre dinosauri, la negligenza architettonica di Roma


Categoria: CRONACA
Pubblicato Mercoledì, 15 Ottobre 2014 10:43
  • Giovanni Lauricella

La città dello spettacolo è stata la recente linea guida architettonica generalmente adottata prima della conclamazione della crisi economica. Edifici di grande richiamo facevano da cartellone pubblicitario per città trasformate in meta di incuriositi spettatori, alimentando una sete turistica visiva e artificiosa, stimolata da un gioco manipolatorio prevalentemente mediatico, adesso drasticamente ridimensionato al punto che di questa vicenda sono rimasti incompiuti gli abbozzi di alcune costruzioni, che ora sono diventate argomenti di tali contese quasi fossero ingombranti "cadaveri eccellenti".

 

I fatti più rilevanti si sono avuti a Roma a causa di noti finanziamenti speciali, come ad esempio quelli del Giubileo o di Roma Capitale ecc. Stranamente, aggiungo, per le anomalie di questi casi si registra il silenzio della magistratura.

 

Primo esempio. Chiunque si trovasse sull' Appia andando verso i Castelli rimarrebbe impressionato dall'enorme struttura tubolare bianca a forma di altissima cresta che sovrasta prepotentemente il paesaggio. Doveva essere l’enorme copertura di uno spazio, che non sapremo mai come effettivamente sarebbe stato realizzato, per la città dello sport, un mostruoso scheletro di un gigantesco dinosauro abbandonato, paradossalmente simile agli estinti mostri del paleolitico.

 

Questo è l'epilogo più vistoso di una follia edificatoria che ha visto negli anni del Giubileo la punta più alta della speculazione architettonica nella capitale, programma che poi è naufragato miseramente per gli enormi e insostenibili costi.

 

Cosa se ne farà la città di questa monumentale struttura? Il problema è che è tanto grande da richiedere tanto denaro per adattarla ad una nuova funzione, di conseguenza il suo   destino è quello dell'abbandono al degrado, perché purtroppo i progetti faraonici, se non completati, non hanno futuro alcuno ed è difficilissimo sbarazzarsene perché anche l'abbattimento è costosissimo. Da considerare inoltre che ci sono pressioni per fare di questa struttura il nuovo stadio della Roma, il che forse potrebbe essere  una buona idea, se si pensa che si trova in una zona relativamente poco congestionata che offre buone possibilità di espansione ed è anche ben servita dalla viabilità a tre corsie del GRA e dal fatto che di per sé rappresenta un affollato bacino di utenza dei tifosi del calcio, ma è tutto da vedere.

 

Altro esempio di forsennata euforia edificatoria è stato quello della Nuvola di Fuksas, un progetto che secondo la mia ipotesi è stato comprato a scatola chiusa. In pratica il comune di Roma ha commissionato una bella idea, molto costosa, senza avere un progetto che ne garantisse l'edificabilità, confidando nell'importanza del nome dell'archistar e in un'azzardata previsione che il tutto doveva essere risolto da una società di ingegneria che ne effettuava realmente la  costruzione come se fosse una cosa da nulla.

 

La conseguenza di tale superficialità è stata che da un'idea (bella perché ardita quanto inedita ma di ignota realizzabilità) alla sua concretizzazione ci si è trovati impelagati in difficoltà tali da mettere in forse il completamento dell'opera, tanto da sommare ritardi e costi in continua crescita fino ad arrivare ad una situazione di stallo, che poteva essere evitata semplicemente prendendo le dovute cautele che normalmente si prendono quando si approva un progetto. Perché ciò  è stato fatto? Non essendoci stata nessun indagine in merito non si saprà mai.

 

Ho rivisto dal di fuori la Nuvola e ho notato che col tempo quella che doveva essere una leggera struttura, cioè una nuvola, negli anni si è sempre più appesantita e infittita di strutture di sostegno al punto che adesso  ha perso quell’aspetto di leggerezza che voleva essere in origine il suo punto di forza diventando un groviglio di travi di ferro, sicché dovrebbe essere ribattezzata la "Matassa di Fuxas", nome fra l’altro più adatto, visto che ancora il bandolo per ultimarla non l’hanno trovato. Altro che nuvola!

 

Al Flaminio sul Lungotevere "giace" il Ponte della Musica  Armando Trovajoli  di Buro Happold e Kit Powell-Williams, un gigantesco ponte solo pedonabile, vistosissimo tanto da stravolgere, insieme alla copertura dell’Olimpico, il contesto razionalista della zona (antifascismo paesaggistico?). Giace perché è come un morto, un ponte che nessuno utilizza perché porta alla gigantesca palestra che si fece costruire Mussolini che a ridosso delle pendici boscose di monte Mario, un percorso che può piacere a chi fa footing, dato che è solo pedonale e non porta da nessuna parte,  ma mette in crisi chi vuole passeggiare per il lungo e desolato percorso che impone per le due zone che congiunge. In più non si può parcheggiare nelle vicinanze del ponte, che pertanto dissuade la presenza di visitatori. In pratica un ponte che non si usa, un capolavoro di arte concettuale (per il nome che porta "Ponte della Musica") in una chiassosa città congestionata come Roma.

 

Bianco, altissimo, costruito al contrario di come sono fatti i ponti romani, come quello più fortunato per il trafficato utilizzato all’Ostiense di Andreoletti, Pintone e Tonucci per la "città della scienza". Anche qui un gigantesco arco che ricorda una gobba … di un dinosauro, naturalmente.

 

Come si vede, non è solo il non costruito ad essere anomalo, ma lo è anche quello che è stato completato, e aggiungo che alle volte non sono solo le incapacità tecniche ad essere cagioni di mali, ma più semplicemente anche quelle di gestione del patrimonio pubblico ultimato, come quella del Parco della Musica.

 

Una struttura quale l'Auditorium, che ha tre grandi teatri al chiuso più una cavea per spettacoli all'aperto e più innumerevoli spazi da adibire per varie iniziative musicali, senza dimenticare l'area di raccordo fra le tre strutture teatrali principali che è il gigantesco giardino pensile, struttura che dovrebbe sfornare concerti simultaneamente, come fanno i cinema multisala dove proiettano diversi film  contemporaneamente, come penso fosse l’idea originaria di Renzo Piano. Eccetto poche stagioni che raramente impegnano la struttura al completo, si assiste alla chiusura dei teatri, non a caso tenuti in attivo da conferenze e convegni di natura commerciale o di organismi istituzionali che nulla hanno a che fare con la musica: capirete lo spreco al quale siamo tenuti a concorrere con le tasse per le opere pubbliche e con le mancate edificazioni  veramente necessarie.

 

Questi sono alcuni esempi di negligenza di cui Roma abbonda, un dato allarmante che peraltro non incomoda la nostra platea di ben pensanti sempre disposti a mettere  becco dappertutto, forse perché il capro espiatorio non sarebbe quello a loro gradito.

 

 



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