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22/11/19

38 anni fa veniva assassinata Giorgiana Masi


Categoria: COSE RADICALI
Pubblicato Martedì, 12 Maggio 2015 21:38

Una delegazione radicale si è recata, come ogni anno, a ponte Garibaldi a Roma per ricordare come il 12 maggio 1977, Giorgiana Masi veniva uccisa mentre si recava a firmare i referendum radicali. Anche per questa morte la "ragion di Stato" ha impedito che si conoscesse la verità sui mandanti e su chi ha premuto il grilletto stroncando una giovane vita. Di seguito l'intervento di Andrea Maori su Quaderni Radicali n. 110 (speciale maggio 2014) che ricostruisce la drammatica sequenza di quella giornata ...

 

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Anni di piombo: quel fascicolo mancante sul caso Giorgiana Masi

 

di Andrea Maori

 

* da Quaderni Radicali n.110

(speciale maggio 2014)

 

1. Nel 1977, divampò un conflitto politico e culturale durissimo ramificato in tutti i settori della società italiana La risposta dello Stato fu una sua involuzione poliziesca, autoritaria, con una progressiva diminuzione delle libertà costituzionali ed un ampliamento della discrezionalità dell’azione delle forze di polizia: L’abuso del ricorso a reati associativi o di pericolo presunto, costituì il presupposto per l’ampliamento di una normativa emergenziale sull’ordine pubblico che non si è mai interrotta. In quegli anni, in nome dell’emergenza terrorismo, ci fu una progressiva diminuzione delle libertà costituzionali Si calcola che solo in quell’anno ci furono qualcosa come quarantamila denunciati, quindicimila arrestati, quattromila condannati a migliaia di anni di galera, e poi morti e feriti, a centinaia. Nell’ambito quella normativa, emblematica fu la c.d. "Legge Reale", che ampliava la possibilità per la polizia a sparare non solo in presenza di violenza o resistenza ma anche, qualora se ne ravvisassero altre necessità operative.

 

La richiesta di abrogazione di questa legge venne fatta propria dai Radicali all’interno di un pacchetto referendario di 8 otto quesiti la cui raccolta delle firme fu avviata proprio nel 1977. Per i comitati referendari, si trattava di dare una svolta con un ritorno alla legalità costituzionale e al rispetto dei più elementari diritti civili dei cittadini. I fatti del 12 maggio 1977, giorno in cui si consumò l’omicidio di Giorgiana Masi, furono esemplari del clima politico che si respirava in quel periodo in Italia.

 

Quel giorno si tenne a Roma in piazza Navona una manifestazione promossa dal Partito Radicale per festeggiare il terzo anniversario della vittoria al referendum sul divorzio e per promuovere la raccolta firme sugli 8 referendum.

 

La manifestazione non fu autorizzata a seguito di un’ordinanza prefettizia emessa il 22 aprile che vietava a Roma tutte i raduni pubblici da quel giorno fino a tutto il 31 maggio. Più di un mese durante il quale le libertà civili erano, per decreto, fortemente limitate. L’unica manifestazione consentita a Roma, durante tutto il periodo, fu quella sindacale di piazza san Giovanni in occasione del Primo Maggio.

 

L’ordinanza prefettizia fu emessa il giorno dopo una sparatoria nella città universitaria  tra agenti di polizia e manifestanti dell’area di Autonomia Operaia che si concluse con l’uccisione dell’agente Settimio Passamonti, di 23 anni, il ferimento di quattro suoi commilitoni e della giornalista Patrizia Berni, corrispondente della CBS.

 

In quei giorni a Roma si verificò una lunga serie di atti di violenza politica che andavano da danneggiamenti a cose, a rapine – giustificate prevalentemente come "espropri proletari" – a pestaggi verso avversari politici, a telefonate minatorie. Il grave episodio della morte dell’agente Passamonti fu il motivo scatenante l’emanazione dell’ordinanza come misura emergenziale.

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Il provvedimento, preso dal comitato interministeriale per la sicurezza presieduto dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, sostenuto – malgrado alcune perplessità iniziali – dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga, venne energicamente sostenuto dal Pci che riteneva di non trovarsi "più di fronte a turbamenti anche violenti dell’ordine, ma a un criminoso assalto armato allo Stato e alla società", chiedendo apertamente "fermezza, ordine, sicurezza nella democrazia."

 

Nonostante il divieto, i promotori confermarono la convocazione della manifestazione per denunciare il restringimento degli spazi di agibilità politica e il pesante clima repressivo, favorito da un governo d’emergenza, cosiddetto della "non sfiducia" perché, pur essendo un monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti, si reggeva grazie all'astensione dei partiti del cosiddetto "arco costituzionale", compreso quindi il PCI.

 

Secondo i promotori, la manifestazione sarebbe dovuta essere rigorosamente nonviolenta, costituendo altresì un’occasione importante per informare i cittadini sui referendum rispetto ai quali si stava per concludere una difficile raccolta di firme. Di fronte al continuo divieto del Ministro dell’Interno, i Radicali decisero di rinunciare ad ogni caratterizzazione politica e annunciarono che ci sarebbe stata solo una festa musicale, senza comizi e interventi politici.

 

Il centro di Roma fu completamente militarizzato e molti cittadini vennero caricati, respinti, picchiati. Le attrezzature di Piazza Navona, luogo tradizionale delle manifestazioni radicali in quel periodo, vennero smontate a forza e gli organizzatori vennero portati via di peso. Alcuni fotografi vennero picchiati, anche selvaggiamente come successe ad un fotoreporter de "Il Tempo" Rino Barillari, o a Sandro Marinelli de "Il Messaggero" mentre Rudy Frei, che lavorava per "Panorama", non solo venne malmenato dalla polizia, ma altresì costretto a consegnare il rullino impressionato. Nel clima di quei giorni, di omologazione totale dell’informazione, i fotoreporter si vedono respingere il loro lavoro dai giornali per i quali lavorano abitualmente. Il clima è tale che solo Lotta Continua, il giorno dopo pubblicò le foto di Tano d’Amico.

 

Mentre nelle strade sono in corso gli scontri e i parlamentari radicali protestano alla Camera contro le aggressioni e le violenze della polizia, impegnata anche in forme decisamente irregolari, avviene l’uccisione di Giorgiana Masi e il ferimento ad una gamba di Elena Ascione: durante una carica le due ragazze furono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi dove erano attestati poliziotti e carabinieri.

 

2. Un segmento di informazione in grado di fornire utili notizie su quanto avvenne quel giorno, sarebbe potuto arrivare dalla disponibilità di un fascicolo intestato a Giorgiana Masi dell’archivio del Gabinetto del Ministro dell’Interno, a capo del quale c’era in quel momento Francesco Cossiga, "ministro di polizia" del governo delle astensioni presieduto da Andreotti.

 

Le carte di quell’archivio, almeno fino al 1985, sono infatti disponibili alla consultazione degli studiosi presso l’Archivio centrale dello Stato (Acs) all’Eur. Il fascicolo su Giorgiana Masi invece non è disponibile alla consultazione. Senza entrare in noiosi tecnicismi, vale la pena ricordare che nell’elenco di versamento della documentazione dall’archivio del Gabinetto all’Acs il fascicolo viene segnalato come presente. Effettivamente la coperta del fascicolo è presente ma non copre niente perché non contiene alcuna documentazione. L’unica informazione che viene fornita è l’indicazione che gli atti sono passati ad un altro fascicolo del 1981 rubricato come 11001/72 ma che non risulta rintracciabile presso l’Acs: è quindi da supporre che quel fascicolo sia rimasto presso l’archivio del Gabinetto del Ministro o sia stato dato alla magistratura nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio, ma in questo caso senza tenere copia delle carte.

 

Lo stesso destino ha seguito un altro fascicolo riguardante una vicenda seguita dai Radicali: quello del rapimento del magistrato Giovanni d’Urso avvenuto tra il 12 dicembre 1980 e il 15 gennaio 1981. Infatti esiste la segnalazione del fascicolo ma non le carte. Strano destino quello di certi fascicoli contenenti informazioni su fatti su cui ancora non si è fatta piena luce! Da questo punto di vista vale la pena ricordare — anche se in un contesto assolutamente diverso — altri due fascicoli segnalati ma assolutamente vuoti, nell’archivio del Ministero dell’Interno e versati all’Acs: la vicenda dell’ "oro di Dongo" cioè della vicenda che riguarda il carico di valori e di preziosi che viaggiava con la colonna dei fascisti e dei nazisti in marcia lungo le rive del lago di Como, alla fine di aprile del 1945, e la vicenda del carteggio Mussolini-Churchill concernente la corrispondenza intrattenuta tra i due uomini politici con particolare riferimento al periodo della seconda guerra mondiale, che il capo del fascismo aveva avuto cura di portare con sé all'atto di lasciare Milano il 25 aprile 1945 e che custodiva personalmente al momento della cattura.

 

3. Ma per tornare ai tragici fatti del maggio 1977, la prima inchiesta sulla morte di Giorgiana Masi si concluse nel maggio 1981, ben quattro anni dopo i fatti. Non ci fu alcun processo, ma solo una sentenza istruttoria di "non doversi procedere per essere rimasti ignoti i responsabili del reato." La sentenza fu firmata dal giudice istruttore Claudio D’Angelo, dopo aver esaminato le varie denunce che segnalavano la presenza di agenti in borghese mischiati ai manifestanti e con la pistola in mano. La sentenza del giudice D’Angelo fu giudicata come un tentativo di insabbiamento della verità: risultava infatti incomprensibile chiudere il caso di fronte alla presenza di numerosi testimoni sul ponte Garibaldi dove erano schierate le forze di polizia che caricavano e sparavano. Non solo.

 

Giorgiana Masi fu uccisa da un colpo alla schiena mentre scappava verso largo Trastevere da ponte Garibaldi luogo da dove fuggiva proprio per la presenza dei poliziotti. Era quindi possibile capire da dove provenivano quei colpi, o per lo meno, individuare le responsabilità generali di quell’assassinio. Su questo non si indagò fino in fondo, come non si indagò nemmeno sulla "squadretta" di agenti in borghese – la cui presenza  è stata confermata dalla stessa sentenza – travestiti da autonomi agli ordini del commissario Gianni Carnevale, agenti indotti ad usare le armi contro i manifestanti. L’avvocato Luca Boneschi, patrocinatore di parte civile della famiglia di Giorgiana Masi, sostenne che la decisione del magistrato rivelava "la pervicace e ostinata volontà di non appurare la verità". Per questa sua dichiarazione il giudice D’Angelo reagì con una querela a Boneschi e a Vittorio Emiliani, allora direttore de "Il Messaggero", che pubblicò in una "breve", stralci della dichiarazione: il procedimento fu avviato presso il Tribunale di Perugia, dove si sono perse tracce dopo il rinvio a nuovo ruolo deciso il 26 settembre 1984 per un difetto di notifica nei confronti di Emiliani.

 

La notizia di un’altra chiave di lettura la fornì Massimo Martinelli, giornalista de "Il Messaggero", che in un articolo del 23 aprile 1998 – cioè ben 21 anni dopo l’omicidio –diffuse la notizia che "in un rapporto segretissimo della Digos di Roma, depositato in Procura, c’è scritto che a uccidere la povera Giorgiana potrebbe essere stata un’arma che poi fu ritrovata in un arsenale brigatista. E che a premere il grilletto potrebbe essere stato un giovane che non faceva parte delle forze dell’ordine." Secondo la notizia fornita da Martinelli poteva essere un autonomo, fratello di una brigatista rossa arrestata nel 1979, ma che non avrebbe potuto parlare perché nel frattempo è deceduto. Tuttora, secondo questa versione, la dinamica dell’assassinio risulta per lo meno bizzarra se si pensa che l’autonomo correva nella stessa direzione di Giorgiana Masi e inseguito anch’egli dalla polizia che sparava, avrebbe a sua volta esploso dei colpi in direzione dei suoi compagni e non – come sarebbe stato ipotizzabile – nella direzione opposta.

 

4. Fin dal 1979  – anno in cui risale la prima edizione di "Cronaca di una strage. 12 maggio 1977 L’esecuzione di Giorgiana Masi: anche il compromesso uccide" un documentato dossier che riporta le testimonianze, anche fotografiche raccolte nei giorni successivi ai fatti, curato dal Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei e dal gruppo parlamentare radicale – fu richiesta l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta con il compito di accertare l’operato delle forze dell’ordine e delle responsabilità politiche di quanto accaduto quel giorno. Il 29 ottobre 2008 la senatrice radicale Donatella Poretti annunciò che anche il senatore a vita Francesco Cossiga aveva dato la sua firma al disegno di legge. radicale. Cossiga nel corso degli anni fece alcune dichiarazioni molto contraddittorie: "dicendo e non dicendo" ammise in alcune interviste che vi erano agenti infiltrati e armati nei cortei dell’epoca.

 

Ma la dichiarazione più clamorosa fu quella rilasciata durante un’ intervista del 25 gennaio 2007 ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: "La verità la sapevamo in quattro: il procuratore di Roma, il capo della mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque: l’ho detta ad un deputato di Rifondazione che continuava a rompermi le scatole. Non la dirò in pubblico per non aggiungere dolore a dolore."  Fatto sta che la commissione d’inchiesta non fu mai istituita e Cossiga se ne è andato con i suoi segreti.

 

5. Ma per tornare agli altri documenti dell’archivio del Gabinetto del Ministro sugli anni di piombo, sono depositati, allora a disposizione del Ministro e dei suoi collaboratori, ora per gli studiosi, relazioni giornaliere sugli incidenti riguardanti l’ordine pubblico compilato giorno per giorno e provincia per provincia.

 

Gli avvenimenti romani del 12 maggio vengono sintetizzati in una paginetta e mezzo, con informazioni coerenti con quanto in quelle ore i vari telegiornali stavano trasmettendo: si ricorda il divieto prefettizio dal quale deriva l’iniziale allontanamento dei gruppi di persone che intendevano partecipare alla manifestazione di piazza Navona, mentre le proteste di "una cinquantina di radicali ed extraparlamentari, tra i quali vengono notati gli onorevoli Pannella, Mellini, Pinto e Gorla" vengono definite "una chiassata" e si ricorda l’allontanamento forzato a seguito del sit-in di protesta. Viene ricordato il lancio di bottiglie incendiarie e sassi da parte di gruppi autonomi che viene definito "sequela di atti di guerriglia urbana".

 

La dura repressione della polizia diventa, nel rapporto, la comunicazione burocratica sul fatto che undici persone vennero tratte in arresto per vari reati tra cui tentato omicidio, lesioni personali, manifestazione sediziosa, resistenza alla Forza Pubblica e porto abusivo di armi improprie. Tutte le testimonianze dei fatti dimostrano però che le reazioni violente da parte dei manifestanti furono di carattere difensivo di fronte alle azioni delle forze dell’ordine: velatamente viene riconosciuto che ci furono dei feriti con questa frasetta: "Negli ospedali cittadini si fanno medicare otto civili, per traumi vari." E’ vero ache vennero feriti anche Francesco Ruggiero, allievo sottoufficiale dei Carabinieri, da un colpo d’arma da fuoco al polso sinistro e Olindo Di Virgilio, guardia di Pubblica Sicurezza.

 

E l’omicidio di Giorgiana Masi? In questo rapporto si dice solo che "verso le ore 21, giunge cadavere all’ospedale Nuova Regina Margherita di via Induno, MASI Giorgina, [il suo nome anagrafico, n.d.a.], nata a Roma il 6/8/1958 , a seguito di ferita da arma da fuoco." Niente altro. Nessuna notizia sul ferimento di Elena Ascione e sulla dinamica dell’incidente che portò al tragico epilogo. Su quanto avvenne a Ponte Garibaldi il rapporto dice solo che la Forza Pubblica rimase impegnata, fino alle 21,30 a rimuovere le barricate costituite da autovetture anche incendiate, per ostacolare il loro intervento. Nessuna notizia su candelotti che esplosero e spari, uno dei quali fu fatale per la Masi. Alla luce di questo rapporto, nel contesto in cui fu scritto, è difficile dire se nel fascicolo mancante ci siano informazioni decisive per accertare la verità sull’omicidio ma resta il fatto che finora la non reperibilità per la consultazione rimane un mistero.

 

6. Le polemiche sui tragici avvenimenti del 12 maggio 1977 ebbero un epilogo con i documenti contenuti in un fascicolo del gabinetto del Ministro sull’attività del Partito Radicale: viene trascritto l’intervento di Pannella alla Rai del 25 maggio durante il quale mostrò la foto di un poliziotto che prese la mira nell’atteggiamento di sparare. Nel suo intervento il leader radicale denuncia la presenza di 5200 poliziotti armati, di fronte a venti, trentamila manifestanti e l’assoluta mancanza di informazione sui referendum, informazione concentrata sulla violenza dello Stato e delle Brigate Rosse "per distrarci dall’ottimismo, dalla bontà, dalla felicità della firma, della musica, dell’allegria, del girare per Roma dicendo: gli assasinii li isoliamo con il sorriso essendo buoni noi, diversi dagli altri".

 

Non mancò una replica della rivista "Nuova Polizia" in cui Pannella venne accusato di abbaiare "una farsa d’avanguardia neoqualunquistica" e un comunicato di risposta di un portavoce non precisato del Ministero dell’Interno, ma ovviamente ispirato e voluto dal Ministro Cossiga, con il quale si faceva una difesa d’ufficio della polizia e lo si accusava di pronunciare dichiarazioni "indecenti, sconsiderate e inutilmente provocatorie" e di assumersi "la responsabilità morale di avere aperto spazio alla violenza infrangendo un legittimo divieto dell’autorità". Pannella querelò e durante una trasmissione a Telealtomilanese – la cui sintesi fu effettuata dalla prefettura di Varese – precisò di non aver mai qualificato come assassini gli agenti di PS bensì di aver affermato che centinaia di poliziotti furono costretti dal regime a travestirsi da teppisti. Un’"indebita manifestazione" – come scrive la burocratica relazione di Polizia – si tenne all’altezza di Ponte Garibaldi il 14 maggio, in ricordo di Giorgiana Masi: vigeva ancora il divieto prefettizio di raduno e i partecipanti furono dispersi pesantemente dalla polizia tra cui un gruppetto di femministe.

 

Da quel giorno, per tutti gli anni a venire, il 12 maggio, Radicali ed esponenti di altri movimenti si raccolgono a Ponte Garibaldi, all’altezza della lapide che ricorda Giorgiana. A 36 anni da quel tragico giorno, si attende di conoscere la verità giudiziaria sulla sua morte. Giorgiana è diventata quindi, suo malgrado, un simbolo di tutte le vittime dalla violenza di Stato legata ad un torbido passato.

 

* da Quaderni Radicali n.110

(speciale maggio 2014)

 

- Manifestazione in ricordo dell'assassinio di Giorgiana Masi (da Radio Radicale.it)

 

 

 



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