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Seminario interno delle redazioni di Agenzia Radicale e di Quaderni Radicali
Le redazioni di Agenzia
Radicale
e di
Quaderni Radicali hanno tenuto in questi giorni un seminario interno
effettuando un approfondito esame storico politico della presente situazione
dell’Europa, con particolare riferimento al progressivo deteriorarsi dei
livelli della democrazia nei singoli paesi dell’Unione: era la preoccupazione
di fondo che spingeva Altiero Spinelli
a battersi per dar vita a una vera federazione, nella convinzione che
altrimenti il futuro sarebbe stato quello dell’Italia dei secoli bui.
È stato così
ricordato che nel continente europeo la democrazia si diffonde nei primi
decenni del secolo decimonono in stretto rapporto con l’idea di nazione, un’idea
che era però molto diversa da quella del secolo successivo, aperta, cioè, ai
principi della fratellanza tra i popoli e all’aspirazione alla pace universale.
Ma questa idea di
nazione, dopo la rivoluzione del 1848, quando in Francia la (seconda)
Repubblica evolve rapidamente verso il secondo impero e l’Italia e la Germania
raggiungono l’unità attraverso processi non rivoluzionari ma di intermediazioni
diplomatiche e di interventi militari, subisce una progressiva (e rapida)
trasformazione: viene infatti in primo piano il ruolo degli stati, i quali sono
essi stessi a dar luogo a innovazioni istituzionali (in Italia Cavour, in
Francia l’empire del secondo
Napoleone che diventa libéral, in
Germania e in Austria dove si insediano parlamenti eletti, anche se non regimi
parlamentari) ma danno vita parallelamente a una progressiva
ripresa delle vecchie politiche di rivalità e di potenza che avevano
caratterizzato i secoli precedenti, fino a che gli ultimi decenni del secolo e
i primi anni del novecento presentano un quadro di competizioni di stampo
imperialistico, che sfocerà nella prima guerra mondiale.
La cultura del
decadentismo, poi, si ribella apertamente al razionalismo illuminista del
pensiero democratico, mentre il liberalismo, già diventato strettamente
liberal-nazionale, si trova ad essere attaccato sia sul piano economico (quanto
ai principi della libera concorrenza, soppiantati dalle esigenze del
protezionismo e dagli interventi dello stato per far fronte alle economie di
guerra e alle necessità di superare le crisi economiche), sia su quello
politico, perché il nazionalismo imperialista e militarista vede negli istituti
della democrazia fonti di debolezza e di rinuncia, una mentalità imbelle e
contraria agli ideali di predominio che lo animano.
Le due guerre mondiali distruggono il primato
dell’Europa nel mondo e vedono l’affermarsi di forzer antidemocratiche a
partire dall’Italia, mentre i vent’anni dell’entre deux guerres registrano una valanga di errori e di cadute di
attenzione che portano irrimediabilmente alla seconda guerra: la Germania non
resta soltanto sconfitta, ma viene gravata di un peso insopportabile di
riparazioni belliche (del resto la Prussia vincitrice della guerra del 1870
aveva fatto lo stesso con la Francia) e a questa pesantissima condizione si
aggiungeranno i gravi riflessi della grande crisi economica a partire dal 1929:
così si arriva alla presa del potere da parte di Hitler. Che persegue una
politica di esasperate rivendicazioni nazionali e di intenso riarmo, mentre le
democrazie occidentali restano alla finestra, incapaci di fermare la corsa
folle del dittatore tedesco verso la guerra.
Il punto di svolta è segnato dal 1936, quando
si verificano tre eventi del massimo rilievo: si conclude la guerra dell’Italia
contro l’Etiopia, membro della Società delle nazioni; Francia e Inghilterra
hanno sostanzialmente lasciato fare; la Germania militarizza di nuovo la Renania, mentre il
trattato di pace di Versailles lo impediva espressamente: nessuna reazione
delle potenze democratiche occidentali; e infine il generalissimo Franco muove
dal Marocco con i suoi militanti falangisti e con concreto sostegno di Italia e
Germania per porre fine alla Repubblica Spagnola, mentre sostanzialmente
Francia e Gran Bretagna non intervengono; qualcosa fa la Russia stalinista,
alla quale però non sta bene la presenza nel governo della Repubblica spagnola
di anarchici e trotskisti, che vengono eliminati.
Poi sarà l’Anschluss dell’Austria e la mutilazione
della Cecoslovacchia, il patto Ribentropp/Molotov e la seconda guerra mondiale.
Le democrazie non hanno fatto nulla di concreto per salvare la pace.
La seconda guerra è vinta da URSS e USA, gli
stati nazionali europei sono rimasti duramente provati da un conflitto
combattuto con le armi più moderne, la Germania è distrutta: ma il dopoguerra
presenta un panorama certamente diverso dal passato. Gli Stati Uniti aiutano la
ricostruzione con un vasto programma di aiuti e in Europa vengono messe da
parte le vecchie rivalità per una politica di collaborazione e di integrazione
che prende il nome di europeismo e prendono corpo nuove istituzioni. Queste
istituzioni però nascono nella forma di trattati, cioè di rapporti fra stati e
non di costituzioni (federali): il potere resta cioè negli stati nazionali, ai
quali restano perciò ancorate le forze politiche, che ne cercano la conquista
attraverso le elezioni. Su queste forze grava la responsabilità della tragedia
della progressiva emarginazione delle democrazie europee nel nuovo quadro
politico mondiale: dal 1945 in poi si registra progressivamente la fine del
colonialismo, la formazione di nuovi stati ex coloniali, l’emergere di nuove
grandi potenze, la dislocazione politica del comunismo (che, a cominciare dalla
Russia di Stalin, non è più un movimento che mira all’emancipazione delle masse
ma si trasforma in un poderoso meccanismo di modernizzazione e di industrializzazione
forzata condotta con metodi terribilmente autoritari) e infine l’emergere di
nuove istanze democratiche nei paesi musulmani.
L’Europa conosce un
marcato avanzamento sul piano economico (esposta peraltro ai contraccolpi che
si determinano nell’ambito di un’economia che assume caratteri sempre più
decisamente globali: il più grave è quello attualmente in corso), ma resta
silente e appartata dal questo complesso imponente di dinamiche, incapace anche
di comprendere e più ancora di essere presente con la sua esperienza bimillenaria; le sue democrazie deperiscono,
si avvitano su loro stesse, sempre più incapaci di suscitare entusiasmi e reali
capacità: i tentativi di politiche globali dei singoli stati si rivelano
velleitari (come la storia dell’ultimo mezzo secolo ampiamente certifica).
Il seminario,
introdotto da una relazione di Silvio
Pergameno e da un intervento di Luigi
O. Rintallo è stato concluso dal direttore di Agenzia Radicale e di Quaderni
Radicali,
Giuseppe Rippa, con un articolato
intervento sulla portata profonda e le conseguenze di questa fase di decadenza
dell’Europa, dove la democrazia ha avuto le sue origini e il suo sviluppo
storico: la forma di governo, i diritti dell’uomo e del cittadino civili,
politici e sociali, le libertà, il giusto processo, l’aspirazione alla pace.
Nel nuovo quadro
mondiale gli Stati Uniti d’America non sono certamente un paese in decadenza,
ma il loro peso relativo oggi è altrettanto certamente ridimensionato: l’Europa
diventa indispensabile, ma l’Europa non c’è La mancata unificazione
dell’Europa, che ne causa l’assenza al livello degli scontri attuali, fa perciò
gravare sulle forze politiche europee il peso di una responsabilità di portata
storica.
L’assenza dell’Europa
da un lato ha privato e sta privando l’emersione del terzo e del quarto mondo
di una forte componente del pensiero democratico e dei valori che lo
contraddistinguono: la prima emancipazione dal colonialismo di tanti e tanti
popoli ha attraversato e sta attraversando fasi di autoritarismo violento e di
conflitti sanguinosi dei quali si stenta a intravedere la fine, mentre poi la
stessa evoluzione spirituale del continente sulla scia delle sue più vivaci
tradizioni ristagna pesantemente e il benessere costruito rischia di essere
compromesso dall’urto delle contingenze di mercati globalizzati senza regole,
in mancanza di convergenze internazionali o comunque di soggetti istituzionali
in grado di imporle.
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