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Qual è la reale situazione della Concordia? PDF Stampa E-mail
domenica 19 febbraio 2012

costa concordia grafico5.jpgdi GIORGIO PRINZI

Torniamo a parlare, dopo l’articolo pubblicato mercoledì 15 febbraio, del relitto del Costa Concordia e della sua stabilità, nel senso che sussista o meno un rischio di un suo sganciamento dagli attuali vincoli e di sprofondamento verso maggiori profondità.

Ora disponiamo di un breve filmato, una sintesi messa in rete dalla redazione de “il Tirreno” di 4 minuti e 47 secondi tratta dalla ripresa integrale di circa un’ora e quattro minuti realizzata mediante un robot subacqueo dai ricercatori del Dipartimento emergenze in mare deIl'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) la mattina dell'11 febbraio, che ha, a sua volta, messo in rete sul sito dell’Istituto un’altra sintesi della durata di 6 minuti e 51 secondi. Nel commentare le immagini faremo riferimento, specificando quale, ad entrambi i video.

Ci sembra opportuno cominciare dai vincoli, i due speroni di roccia che a prua e a prora sostengono la nave, perché dalla loro resistenza meccanica dipende la stabilità del relitto. In relazione al video de “il Tirreno” a partire da minuti 2 e 33 secondi si nota in relazione un appoggio di prua una frattura della massa rocciosa che sembra dovuta a carico di compressione; una più evidente ed estesa frattura nella massa rocciosa presumibilmente in un appoggio di prora (non c’è commento audio o didascalia) si nota intorno a minuti 5 e 30 secondi del video Ispra, tale da fare temere un collasso esteso.

Sembra non trattarsi di una guglia, ma di un appoggio su un costone forse in procinto di collassare, ma che comunque ha ceduto probabilmente provocando una deformazione dello scafo nel senso di una sua ulteriore incurvatura sotto il peso proprio.

Al contrario la profonda ed ampia fenditura, che compare in chiusura del video messo in rete da “il Tirreno” e meno chiaramente in chiusura del video Ispra, sembra dovuta a sollecitazione di taglio, probabilmente a causa dell’appoggio su di essa della parte rastremata della chiglia, che ora è adagiata sul gradone a seguito del coricamento su una fiancata, con traslazione verso costa, dell’imbarcazione.

Questo gradone sembra resistente e stabile, in quanto roccia apparentemente granitica che sembra lavorare bene a compressione. Comunque le immagini sono troppo parziali e non rendono un quadro complessivo della situazione che dovrebbe venire mappata in maniera estesa e tridimensionale.

Altro aspetto da trattare sono gli spostamenti del relitto. Conviene fare riferimento a principi semplici che non richiedano valutazioni e calcoli complessi. Per il principio di minima energia potenziale, sono possibili spostamenti complessivi che, con il persistere e resistere dei vincoli attuali, rendano possibile una quota più bassa del baricentro dell’intero sistema. La forza di gravità impedisce il contrario, anche se può essere causa di cedimenti nelle strutture e nei vincoli che possano portare ad uno spostamento del baricentro del sistema, con conseguenti movimenti del relitto.

Ancora da considerare è che si è avuta un’accelerazione dello slittamento del relitto in concomitanza della bassa marea. Perché? Una spiegazione da verificare è che lo svuotamento dello scafo avviene meno velocemente del deflusso di marea, per cui si crea un dislivello tra la superficie ideale del mare e quello medio dell’acqua all’interno del relitto, che, non controbilanciato più dalla relativa spinta di Archimede, si traduce in un aumento del carico specifico provocando la deformazione, in qualche caso con rotture più o meno evidenti, delle lamiere dello scafo e il cedimento delle rocce d’appoggio; il tutto si evidenzia come accelerazione dei movimenti del relitto.

Una prima verifica di questa ipotesi potrebbe aversi con la prossima bassa marea, che pertanto dovrebbe venire considerata fattore di rischio o, qualora non si verifichino ulteriori anomalie, di un raggiunto equilibrio comunque sempre precario e da monitorare in maniera stretta e rigorosa.

Altro aspetto è la flessione, che sembra avvenire con deformazione permanente dello scafo. Secondo quanto riportato da “il Tirreno”, con la cui redazione ci complimentiamo per l’ottima lavoro d’informazione giornalistica, «un varco, aperto sopra il pelo dell’acqua dai sommozzatori della Marina nella parte mediana dello scafo, ora è del tutto sommerso» segno evidente di una progressiva incurvatura che avrebbe provocato lo stiramento della parte sommersa delle strutture.

Tipico della rottura a trazione dei metalli è un allungamento con restrizione di sezione a cui fa seguito il collasso, che sembrerebbe avere già interessato alcune lamiere della parte sommersa che appaiono, se non lesionate, almeno disconnesse. Lo scafo su due appoggi è sotto il profilo statico schematizzabile come una trave appoggiata sulla quale, a causa del carico distribuito, si abbiano tensioni di trazione (sulla fiancata emersa di compressione) e tensioni di taglio, queste ultime con probabili picchi in prossimità di elementi strutturali.

Anche in questo caso se l’ipotesi di un incremento dei carichi dovuto al più lento deflusso dell’acqua contenuto nello scafo rispetto a quello di marea risultasse corretta, il rischio di un collasso del relitto e di una sua eventuale rottura probabilmente in due tronconi diverrebbe maggiore proprio al verificarsi delle basse maree. C’è da chiedersi allora se il pompaggio di acqua di zavorra nei serbatoi svuotati dal carburante in essi contenuto, sinora giustificato come fattore di stabilità del relitto, non sia invece controproducente e non convenga invece alleggerirlo insufflando aria, in modo da gravare meno sugli appoggi e ridurre le sollecitazioni di flessione su di esso.

La diffusione dei video ci ha consentito di fare queste considerazioni e probabilmente darà l’opportunità ad altri tecnici di esprimere loro punti di vista per affrontare una situazione oggettivamente nuova. Non condividiamo pertanto il giudizio del Commissario straordinario Franco Gabrielli che secondo il citato articolo de “il Tirreno” ha tacciato di allarmismo la diffusione dei filmati poiché «quanto registrato non trova rispondenza nei dati in possesso della struttura». Un motivo valido in più allora avere portato anche a sua conoscenza e della struttura quanto sta evolvendo sotto il pelo dell’acqua. Sarebbe interessante sapere anche se il ministro per l’Ambiente Corrado Clini ha modificato il suo giudizio di poco probabile dato in audizione parlamentare al rischio di sprofondamento del relitto.

L’unico aspetto positivo è che, se sarà possibile il recupero sperando che lo scafo non collassi prima, è che la non continuità dell’appoggio rende più facile una imbracatura del medesimo e la sua riemersione forse persino in linea di normale galleggiamento.

Si potrebbe pensare a realizzare una sorta di culla da fare aderire alla chiglia con galleggianti laterali tali da dare un assetto vagamente da trimarano. L’operazione potrebbe venire resa possibile agendo prima sulla spinta di galleggiamento della fiancata di sinistra, in modo da avere un sostentamento verso la parte esposta a sprofondamento, poi sui galleggianti del lato costa magari vincolando con ancoraggi la cuspide della chiglia in modo da evitare un suo scivolamento in fase si raddrizzamento.

Per concludere non può non essere messo in evidenza il silenzio assordante delle associazioni ambientaliste, tra le quali solo Greenpeace (*) si limita ad un catastrofistico elenco. Peraltro già reso noto da fonte ufficiale, di sostanze inquinanti a bordo del relitto, mentre esse non affrontano il merito delle possibile soluzioni tecniche.

Infine, una corretta valutazione delle reale situazione e dell’eventuale rischio connesso può evitare di mettere a repentaglio vite umane, ad esempio nel dubbio, evitando di lavorare intorno al relitto in fase di bassa marea, almeno sino a prova contraria che l’evento non influisce sulla effettiva stabilità del relitto. A tal punto potremmo tirare un sospiro di sollievo e pensare alla sua rimozione.

 

(*)  Greenpeace ha lanciato un allarme su tutte le sostanze tossiche che potrebbero essersi già riversate in mare dopo il naufragio della crociera. Della cosa aveva parlato anche il commissario per l’emergenza Franco Gabrielli che le aveva anche elencate. Sulla nave c’erano 1.351 metri cubi di acque grigie e nere; 3.504 metri cubi di acqua di mare nelle casse zavorra; circa 41 metri cubi di oli lubrificanti; 10 bombole per un totale di 400 litri di ossigeno; 7 bombole per un totale di 280 litri di acetilene; 128 bombole per un totale di 5.120 litri di azoto; 104 bombole per un totale di 3.929 litri di anidride carbonica; 600 chili di grassi per apparati meccanici; 354 chili di smalti densi; 855 litri di smalto liquido; 293 litri di pittura; 50 litri di insetticida liquido e 1,8 chili di insetticida gel; 123 litri di induritore; 45 chili di mastice; 10 chili di impregnante; 1 tonnellata di ipoclorito di sodio; una stima di 2.040 metri cubi di fuel; una stima di 203 metri cubi di gasolio. Insomma, una bomba ecologica.

 

 




Commenti (1)
26-02-2012 11:17
L'autorevolezza delle fonti
Non posso che complimentarmi con il mio segretario del C.I.R.N. per la competenza nel trattare materie complesse e multidisciplinari. 
Questo non fa altro che accreditare il C.I.R.N. presso le agenzie giornalistiche per la sua autorevolezza, relegando in seconda linea quelle associazioni che pretendono da sempre d'impartire lezioni sulle tematiche ambientali e che si dimostrano sempre più ideologiche e prive di proposte sensate. 
Grazie ing. Prinzi. 
 
Mandi, 
 
Renzo Riva 
 
C.I.R.N. F-VG – Comitato Italiano Rilancio Nucleare 

P.L.I. F-VG – Energia e Ambiente 
 
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Skipe: renzoriva1949 
http://renzoslabar.blogspot.com/ 
+39.349.3464656
Scritto da Renzo Riva

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